Chiesa
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Capita a tutti di trovarsi in coda: chi al mattino con la macchina mentre si reca al lavoro, chi alla cassa di un supermercato, chi allo sportello di un ufficio, chi all’ospedale in attesa di una visita… Spesso quando si è in coda il tempo rallenta, l’attesa diventa estenuante: perciò, c’è chi si guarda attorno, chi sbuffa, chi guarda in modo compulsivo l’orologio, chi messaggia al cellulare. Ogni tanto si danno occhiate sconsolate ai vicini, mentre qualcuno non perde l’occasione per far sentire la propria voce di protesta contro il sistema. A volte, lo stare in coda può creare anche spazi inaspettati di dialogo, di confronto e di condivisione. Ho scritto questa premessa perché confuso con la sua gente, in coda, Gesù di Nazareth ha scelto di iniziare la sua vita pubblica. Non ha appaltato ad alcuna agenzia di grandi eventi il suo inizio ma si è confuso e coinvolto con gli altri, come un fratello con altri fratelli e sorelle, coerentemente alla logica dell’Incarnazione. Tuttavia, pur avendo perfino la possibilità di saltare la coda, si è messo in fila ad aspettare il suo turno. Sì, proprio lui, il Figlio di Dio, che non aveva alcun bisogno di immergersi nelle acque del Giordano: non doveva né convertirsi né farsi rimettere i peccati. Eppure, sceglie anche lui di mettersi in fila per intercettare i vissuti, i sentimenti e le motivazioni delle persone che sono lì con lui. Proprio per questo, Giovanni stesso è confuso, spiazzato e incredulo. Infatti, a partire dal nostro modo di ragionare, non era e non è conveniente che il Figlio di Dio sia confuso tra gli altri e aspetti il proprio turno per farsi battezzare.
A noi, che spesso scegliamo in base a ciò che è conveniente, questa scelta dirompente di Gesù insegna che la sfida per noi credenti non è tanto quella di salvaguardare la nostra immagine quanto di avere la capacità di entrare davvero nella logica dell’Incarnazione, di abitare fino in fondo la nostra realtà, di metterci anche noi in fila perché bisognosi di conversione, di non nascondere le nostre fragilità, ma di aspettare il nostro turno senza sentirci né inferiori né superiori agli altri. Probabilmente, anche noi come Giovanni, avremmo tentato di far desistere Gesù dal suo proposito: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato, e tu vieni da me?». A noi che pretendiamo di avere il controllo degli eventi, che vogliamo salvaguardare una certa immagine di Dio, sono rivolte queste parole: «Lascia fare per ora». C’è un tempo in cui bisogna “lasciar fare” e fidarci: il Figlio di Dio ha bisogno di scendere nel fiume e immergersi in quelle acque inzuppate di peccato: è il modo per poter conoscere fino in fondo l’umano per tentare poi di dare le risposte e di porre dei segni non dall’alto di un privilegio, ma guardando negli occhi le persone e i loro bisogni.
Ancora oggi, Gesù sceglie di immergersi in quelle acque che raccolgono anche le mie lacrime, il fango dei miei sensi di colpa, l’odore delle mie fragilità, la polvere delle mie insicurezze, le correnti dei miei stati d’umore ma anche il respiro dei miei desideri autentici di cambiamento. A partire da questa consapevolezza, possiamo contemplare ciò che accade quando «Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”». La sequenza di questi segni e di queste parole rappresentano la piena manifestazione di quel Figlio e dello Spirito che agisce in lui. Solo quando nella vita si ha la capacità di scendere, di immergersi nella verità e di risalire, allora si può contemplare l’azzurro limpido e inconfondibile dei cieli e si vive una vera esperienza di Spirito.
Tuttavia, ciò che mi affascina è la “voce dal cielo”: è la voce del Padre che non solo rivela, ma qualifica il Figlio come “mio” e come “l’amato”. È la voce che ha rivelato anche noi quando siamo stati battezzati. Perciò, celebrare la festa del battesimo del Signore ci ricorda che ai suoi occhi noi siamo figli suoi, siamo soprattutto “figli amati”. Spesso, noi ci dimentichiamo di queste parole che sono state pronunciate come un sigillo indelebile e una promessa fedele sulla nostra vita. Anche quando corriamo il rischio di sentirci dimenticati, persi, svalutati, credo che sia necessario fare memoria che il nostro Dio non viene meno a quel patto affettivo che ha stretto con ciascuno di noi.
Questa voce mi porta anche a riflettere in modo pedagogico a partire dalle nostre responsabilità educative. Provocatoriamente questo mi pone alcune domande: quanto le nostre voci sanno svelare l’unicità dei nostri figli e dei nostri ragazzi? Quanto come comunità cristiane siamo in grado di fare sentire tutti come “figli di Dio” amati in modo incondizionato? Sono consapevole che è una sfida titanica ma probabilmente la conversione parte proprio da qui: dalla consapevolezza del valore che siamo agli occhi di Dio e del valore che è ogni persona, anche quella che sceglie dei percorsi diversi dai nostri e non ufficiali. Si tratta, in fondo, di scommettere e di fidarci di una voce calda e di una relazione decisiva che ci fa sperimentare le vette dell’Amore divino.