L’episodio dell’ultimo tour di Elodie, con il battibecco pubblico tra la cantante e un fotografo che pretendeva uno scatto ravvicinato, è diventato subito virale. Per settimane ha alimentato l’attenzione mediatica tra meme, social e ospitate televisive del “malcapitato”, chiamato a raccontare la sua versione. L’artista romana ha strappato di mano il cellulare a chi, sottopalco, tentava una foto troppo ravvicinata e potenzialmente invasiva. Un gesto che non va letto come rifiuto dell’immagine, Elodie ha sempre giocato consapevolmente con estetica e sensualità, ma come affermazione di un confine. Anche quando il corpo è parte del linguaggio artistico, resta decisivo chi decide come e quando mostrarlo.
L’episodio diventa così lo specchio di una tensione che attraversa la musica pop contemporanea: chi governa davvero la narrazione dell’immagine di un’artista? E quanto il corpo, soprattutto quello femminile, resta il campo su cui si gioca la visibilità? Elodie, come Annalisa e altre artiste, è spesso al centro dell’attenzione non solo per la voce, ma per uno stile provocante. Ma ne avrebbero davvero bisogno? Il talento non è in discussione, eppure la legittimazione sembra passare ancora dall’esposizione del corpo, come escamotage per restare sulla cresta dell’onda.
Sarebbe però ipocrita ignorare la storia del pop. Senza diventare Lady Gaga, Stefani Germanotta non avrebbe avuto lo stesso impatto globale. Il personaggio, il costume, la provocazione hanno aperto spazi e creato immaginari. La sua ispiratrice, Madonna, prima di lei, ha usato il corpo come manifesto politico, rompendo schemi in un’epoca in cui era davvero rivoluzionario. Ma oggi? Quando la provocazione diventa canone, algoritmo o requisito di mercato, rischia l’effetto boomerang: l’immagine sovrasta l’opera. Lo ha ribadito di recente anche Elettra Lamborghini che, nell’anteprima Sarà Sanremo, non è riuscita a presentare il brano in gara se non come un invito a «muovere il bum bum». Una scelta perfettamente coerente con il personaggio, che nella sua precedente partecipazione al Festival non si era certo distinta per intonazione o solidità vocale. Quando l’immagine diventa l’unico messaggio, la musica finisce inevitabilmente in secondo piano.
Il confronto con Elisa, Giorgia e Laura Pausini è inevitabile. Carriere durature, pubblico fedele, riconoscimenti internazionali, stadi come San Siro realmente riempiti, non con fittizi sold out, senza bisogno di ipersessualizzazione. La loro forza è passata dalla voce, dalla scrittura, dall’emozione. Un’altra possibilità.
Il punto, allora, non è condannare chi sceglie un’estetica provocante, ma chiedersi quanto quella scelta sia davvero libera e quanto venga incentivata o richiesta. L’episodio di Elodie lo dimostra: anche chi usa consapevolmente il corpo come linguaggio artistico sente il bisogno di riaffermare i confini: posso mostrarmi, ma non sono a disposizione.
Forse la vera rivoluzione oggi è potersi permettere di non farlo. Mettere il talento al centro e il corpo come possibilità, non come obbligo. Altrimenti la strumentalizzazione rischia di giocare al contrario, svuotando di forza proprio ciò che vorrebbe rendere potente, rischiando così di ripetere quel copione che il mercato conosce fin troppo bene.