Fatti
Continua, e si rafforza, il braccio di ferro tra gli agricoltori europei (e italiani) con la Commissione Ue. Domani, 20 gennaio 2026, un’altra manifestazione, ancora più imponente nelle intenzioni degli organizzatori, bloccherà Strasburgo: uno dei centri nevralgici dell’Europa. Ultimo tema del contendere, l’accordo con il Mercosur appena sottoscritto. Ma i motivi di conflitto non si limitano solo all’intesa con i quattro paesi sudamericani. Da mesi (ormai anni) le relazioni tra sistema agricolo europeo e Unione europea si sono gradualmente deteriorate. Questione di regole e di controlli, ma anche di sostegni economici ad un comparto, quello agricolo, che da tempo deve fare i conti con la necessità di far quadrare i bilanci (tartassati dall’andamento dei costi e da quello climatico) e quella di rispettare sempre di più l’ambiente oltre che la salubrità e sanità degli alimenti prodotti. Regole da rispettare, dunque, su più fronti. Regole che, spesso, sono risultate troppo severe. E’ il caso, per esempio, di quelle derivanti dal geen deal che l’Ue ha imposto per rendere più compatibile con l’ambiente non solo l’attività agricola ma un po’ tutta l’economia del Vecchio Continente. Per questo, sul finire del precedente mandato della Commissione e della presidente Ursula Von der Leyen, gli agricoltori erano già scesi diverse volte per le strade, ottenendo alla fine un allentamento dei vincoli di cui tenere conto. Ed è sempre il tema delle regole (e dei controlli) quello che agita adesso gli agricoltori di fronte alla ormai certa applicazione dell’accordo con il Mercosur. Certo, si tratta di un testo molto diverso da quello originario, ma che pur sempre non prevede quella reciprocità di trattamento che è stata da sempre chiesta a gran voce dagli agricoltori europei. Reciprocità di regole che devono essere le stesse applicate di qua e di là dall’oceano, partendo da quelle più severe e restrittive dell’Europa.
Questione anche di soldi, ovviamente. Risorse economiche sempre più risicate, anche per il loro dirottamento su altri usi come quelli di un riarmo imposto dalle circostanze internazionali. Risorse che, successivamente, sono diminuite con il rinnovo degli impegni della Politica agricola comune e che solo dopo l’insistenza dei governi sono nuovamente cresciute. Oggi, tuttavia, proprio l’aumento delle risorse messe a disposizione dall’Europa ha quasi il sapore di una presa in giro, di una caramella data agli agricoltori per addolcire l’amaro dell’acordo con il Mercosur. Prosegue, quindi, la mobilitazione degli agricoltori europei e italiani con Coldiretti, Confagricoltura, Cia-Agricoltori italiani, Copagri che il 20 gennaio si ritroveranno per le strade europee e di Strasburgo in particolare. Obiettivo, come dice un duro comunicato Coldiretti, è “bloccare le follie della Von der Leyen e della sua cerchia ristretta di tecnocrati che mettono a rischio il reddito degli agricoltori europei e 400 milioni di cittadini”. Tutti con un obiettivo, introdurre per davvero la reciprocità di trattamento, perché, come dice Confagricoltura, “chi vuole esportare verso l’Unione europea deve rispettare le stesse, identiche regole produttive, ambientali dei nostri agricoltori”. Una posizione condivisa a che da Cia-Agricoltori italiani che sottolinea: “Vogliamo, nero su bianco, il rispetto del principio di reciprocità: stessi standard produttivi, sanitari e ambientali che noi agricoltori garantiamo da sempre in Europa”. Ancora una volta regole, quindi. E controlli, che devono essere veritieri e severi. Un punto cruciale che in queste ore è stato ricordato un po’ da tutti e che Paolo De Castro – ex ministro dell’agricoltura, presidente di Nomisma e acuto osservatore delle cose agricole – ha sottolineato in un editoriale su Avvenire spiegando proprio che il “punto cruciale è il rafforzamento dei controlli alle frontiere”. E poi ancora: “Sulla carta, la normativa europea è chiara. Nessun prodotto che non rispetti gli standard Ue può entrare nel mercato unico. Nella pratica, però, i controlli sono spesso limitati e basati su campionamenti minimi. Il dato del porto di Rotterdam è emblematico: meno del 2% dei volumi in entrata viene effettivamente controllato”.