Idee
La pace non è il contrario della guerra. Non è un’assenza, un vuoto da riempire quando le armi tacciono, e nemmeno la semplice sospensione dei conflitti. È piuttosto qualcosa di positivo, una condizione da costruire, custodire, abitare; “qualcosa che riempie l’animo”, perché solo ciò che è pieno può diventare oggetto di speranza. È questo il cuore del messaggio di Franco Vaccari, psicologo, educatore e fondatore di Rondine Cittadella della Pace, intervenuto il 13 gennaio a Padova presso il Centro universitario di via Zabarella nell’ambito del ciclo di incontri culturali del martedì che quest’anno hanno per tema “Senza. Di cosa non possiamo stare senza?”.
La risposta di Vaccari è netta: non possiamo stare senza la pace, a patto però di liberarci dalle semplificazioni che la riducono a un’utopia ingenua o a un fragile intermezzo tra una guerra e l’altra. «Dobbiamo smettere di parlare di pace solo quando si parla di guerra: pace e guerra non sono opposti – spiega alla Difesa – Contrario della guerra è la tregua, mentre la pace è piuttosto una condizione permanente da creare, cercare e riscoprire, assolutamente autonoma rispetto alla guerra. Poi, certo, ogni tanto la guerra assalta la pace: quest’ultima è però infinitamente più grande della guerra».
A testimoniarlo non sono teorie astratte quanto l’esperienza concreta di Rondine, la comunità fondata da Vaccari alla fine degli anni Ottanta sulle colline di Arezzo. Da oltre trent’anni il complesso accoglie giovani provenienti da popoli in conflitto – israeliani e palestinesi, russi e ucraini, armeni e azeri, indiani e pakistani, ma anche nigeriani e colombiani, i cui Paesi sono attraversati da guerre civili – invitandoli a vivere insieme per due anni, aiutandoli a scoprire la persona nel proprio nemico, attraverso il lavoro difficile e sorprendente della convivenza quotidiana. Giovani che pur non conoscendosi sono stati educati a considerarsi nemici, ma che a Rondine imparano a condividere la quotidianità, cucinare insieme, discutere, a sostenere lo sguardo dell’altro. «Il nostro successo – racconta Vaccari – è dimostrare che si può rompere la catena dell’odio: è possibile vivere la pace anche in tempo di guerra».
Non è un percorso facile: non sempre il dialogo nasce spontaneo, il conflitto non scompare all’improvviso per magia. Si può però imparare in qualche modo ad abitarlo: «La pace non è la negazione del conflitto, è la capacità di viverlo senza trasformarlo in guerra – insiste Vaccari – Paradossalmente anzi proprio il conflitto, se non viene assolutizzato né rimosso, può diventare un ponte verso l’altro».
Una consapevolezza che diventa ancora più urgente nel mondo attuale, segnato da una guerra che entra “nelle nostre tasche” attraverso la tecnologia, il linguaggio, la paura. Vaccari parla senza ambiguità di guerra ibrida, del fatto che ormai si parli di riarmo come di una cosa normale e per certi versi necessaria, della rassegnazione spacciata per realismo.
«Senza pensiero critico siamo morti – avverte – La pace nasce nella coscienza delle persone: è il dato originario che molti vogliono calpestare». Anche l’Europa, ricorda, è nata da piccoli cenacoli di uomini e donne che avevano conosciuto l’orrore della guerra e che proprio per questo scelsero un’altra strada. È qui che matura una consapevolezza decisiva: anche quando non si è direttamente colpevoli si è tutti, in qualche modo, responsabili.
L’importante, secondo Franco Vaccari, è comprendere una distinzione cruciale: quella tra deterrenza e difesa. «La difesa è una dimensione umana e salutare, è per vivere; tutti noi abbiamo meccanismi di difesa per custodire la vita – spiega – La deterrenza invece è un’altra cosa: fare paura all’altro perché non osi colpirmi. Talvolta però la paura è più devastante del male: uccide lo spirito di cooperazione, la fiducia nell’altro». Una logica che, nell’opinione dello psicologo, ha forse funzionato durante la Guerra fredda, ma che oggi mostra tutte le sue crepe.
Non si tratta di ingenuità né di rinuncia alla responsabilità. La pace, in questa visione, non è un lusso per tempi migliori, ma una scelta esigente da compiere proprio quando il contesto spinge in direzione opposta. È una manutenzione quotidiana, personale e collettiva, che chiede coerenza tra i livelli della vita: relazionale, sociale, internazionale.
Forse è questo il messaggio più forte emerso dall’incontro padovano: la pace non è un’utopia ma una possibilità concreta dentro la storia, anche – e soprattutto – quando la guerra sembra occupare tutto l’orizzonte. Una scelta difficile ma a volte necessaria: per i credenti come per ogni cittadino che non voglia rinunciare alla sua umanità.