Fatti
«Tutto quello che accadrà è già scritto. Si sta compiendo un altro delitto perfetto, in cui troppe persone, troppe istituzioni, troppi enti, sono coinvolti e di cui sarà difficile dipanare la matassa». Non poteva essere più chiara e amara la conclusione della riflessione di Giuseppe Pietrobelli, giornalista, per due decenni inviato del Gazzettino, collaboratore de Il Fatto quotidiano, autore di numerose inchieste, in particolare su vicende del Nordest, autore del volume Una montagna di soldi. Sprechi, incompiute e affari: lo scandalo delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 pubblicato da PaperFirst e presentato a Padova lo scorso 15 gennaio. Proprio nei giorni del passaggio festoso della torcia olimpica nelle principali città venete, in vista della tappa a Cortina d’Ampezzo il 26 gennaio (tappa numero 50) e dell’arrivo a Milano il 5 febbraio (tappa 60) per l’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali che prenderanno ufficialmente il via il giorno seguente, il libro-inchiesta di Pietrobelli pone in evidenza le numerose falle di un’organizzazione che, secondo l’autore, ha interessi diversi da quelli sportivi. Dimenticate l’ideale olimpico, dimenticate i valori sportivi da considerare come valori universali, dimenticate la “tregua olimpica” auspicata anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Oggi le Olimpiadi sono un’altra cosa, un evento in cui lo sport c’entra ma non è centrale. «Da anni seguo le vicende che girano attorno ai Giochi olimpici e queste in modo particolare – ha sottolineando, presentando il volume, Giuseppe Pietrobelli – e ho sentito dire e ho visto fare cose inenarrabili. A cominciare dalla certezza che saranno Olimpiadi a costo zero per il contribuente, e invece sono stati già messi 400 milioni di euro per ripianare debiti nell’organizzazione».
Tre gli elementi che l’inchiesta di Pietrobelli sottolinea: lo strettissimo legame tra Olimpiadi e soldi, lo scollamento tra le spese condotte e il mondo dello sport che persegue le sue logiche legate alla competitività tra atleti, la retorica che ha proposto queste Olimpiadi “diffuse” con gare in diverse sedi come modello di sostenibilità finanziaria ed ambientale. «Dentro alla “bolla olimpica”, quella di Milano, della Fondazione Milano-Cortina 2026, tutto è dorato e iperfinanziato. Viene esaltata la retorica di un mondo migliore attraverso lo sport. Poi c’è la realtà. E le cose cambiano. L’impatto ambientale è cresciuto visto che i villaggi olimpici sono addirittura tre, la spesa è aumentata e si sono realizzate opere che verranno poco utilizzate e poi saranno smontate. Come per esempio i 38 milioni di euro spesi per il villaggio a Cortina, 378 casette capaci di ospitare 1.400 persone che dovrebbero vivere lo spirito olimpico, di condivisione di un’esperienza tra atleti di provenienza diversa, presentate come modello di sostenibilità e basso impatto ambientale. E poi scoprire che per trasportarle si sono dovuti usare mezzi speciali, si è bloccata in orario notturno la statale 51 visto che sono larghe 4 metri e lunghe 12, e le atlete della Nazionale femminile di sci saranno in hotel. Perché per preparare gare di questa importanza bisogna riposare al meglio, con tutti i comfort».
Nel libro di Pietrobelli numerosi esempi vengono portati per dimostrare la tesi che ci fossero strade percorribili per un’edizione dei Giochi invernali davvero sostenibile. E che le molte delle scelte sono state frutto di spartizione tra diversi interessi politici: quelli della Lombardia, che non voleva concedere nulla a Torino dove si potevano recuperare alcuni impianti usati per le Olimpiadi del 2006. Quelli delle provincie autonome di Bolzano e di Trento, la prima che aveva ad Anterselva la Südtirol Arena, collaudatissimo impianto per il biathlon già pronto e «non necessitava di particolari investimenti» e che ha visto crescere la spesa «dai 4,5 milioni di euro inizialmente previsti ai 55 milioni di euro effettivamente spesi per realizzare nuovi sotterranei con le casseforti per i fucili da usare nelle gare» e la seconda che ha speso 52 milioni di euro (anziché i 7 e mezzo previsti) per i trampolini per i salti a Predazzo e spenderà 50 milioni per la pista di pattinaggio di Pinè che non sarà utilizzata per le Olimpiadi.
Per i pattinatori sarà invece realizzato un impianto, da smontare a fine Giochi, utilizzando due capannoni a Rho, nel Milanese, al costo di 35 milioni di euro. E gli interessi del Veneto, in particolare dell’ex presidente Luca Zaia, che sulla pista da bob di Cortina ha condotto una battaglia intensa quando si potevano usare impianti già disponibili in Austria. «La pista da bob Zaia l’ha perseguita con forza, il Veneto ha iniziato a investirci nel 2019. E si sa che serviranno circa 670 mila euro l’anno per mantenerla con una spesa che non potrà essere stornata dai fondi per le comunità di confine perché quei soldi devono servire a sostenere progettualità non spese di gestione. E se la pista è pronta, tutto intorno è ancora area cantiere». Cosa lascia la vicenda delle 25° Olimpiadi invernali? «L’impressione – conclude Giuseppe Pietrobelli – che sia l’evento a dettare l’agenda delle opere pubbliche, che la politica si faccia fare la programmazione dagli eventi. Con il risultato che nel conto dei Giochi finiscono tante spese non coerenti con lo sport per l’incremento delle opere pubbliche da realizzare, frutto di interessi locali, e il rischio di inchieste giudiziarie che faticheranno ad arrivare a conclusione».
Nella giornata di lunedì 19 gennaio, i colleghi di Pietro Zantonini, il vigilante di 55 anni morto nella notte dell’8 gennaio in un cantiere olimpico a Cortina, si sono ritrovati davanti allo Stadio del Ghiaccio per commemorarlo. Intanto la Procura di Belluno indaga a tutto campo sulla morte del vigilante: pur se l’autopsia preliminare parla di evento cardiaco acuto non legato al freddo, si verificano condizioni di lavoro, turni, sicurezza e rispetto delle norme. Zantonini, stando alla deposizione della moglie, lavorava turni notturni 19-7 senza riposi da settimane.