Fatti
Non è mai facile capire quanti esercizi commerciali chiudono per sempre, oppure per cambio gestionale o di merceologia. E i freddi numeri non raccontano altre cose: chi chiude, cosa chiude, dove lo fa. Ma il dato numerico comunque segnala un trend che non conosce requie né confini: negli ultimi anni il ritmo è quello di un’apertura ogni (quasi) tre chiusure.
Siamo di fronte ad un fenomeno che interessa tutto lo Stivale, perché non risparmia alcun paese della provincia, nessun quartiere appena fuori dalle vie dello shopping centrale, ultimamente pure i centri storici e addirittura diversi centri commerciali sorti al di fuori di questi.
Le ragioni sono molteplici e intrecciate. Da una parte la nascita – un quarto di secolo fa – dei grandi centri commerciali situati di solito nelle cinture urbane ha raso al suolo dapprima i piccoli negozi di provincia (grande offerta in luoghi confortevoli, prezzi più abbordabili, parcheggi abbondanti), poi quelli storici delle città, per le stesse ragioni di cui sopra acuite da complicate Ztl e difficoltà di parcheggio che scoraggiano l’avventore.
Nelle città con un qualche appeal turistico è poi avvenuto un rimescolamento merceologico tuttora in corso: scomparsi i negozi “artigianali” o di servizio (trovare un ferramenta o un gommista è pura utopia), anche perché il turismo ha portato ad un generale aumento dei valori immobiliari, a trionfare sono i punti vendita appunto legati al turismo: pizzerie al taglio, gelaterie, bar, pizzerie e quant’altro.
Nel “tessili e calzature” infine, si è assistito al turnover tra storiche gestioni familiari e l’arrivo dei franchising di noti gruppi dal respiro internazionale, che spesso usano il “negozio in centro” come vetrina, mentre poi si fanno lucrosi affari nei punti vendita dei centri commerciali o negli outlet.
Ma la vera mazzata – per potenza e per i riflessi futuri – sono state le vendite on line, che hanno massacrato categorie come gli elettrodomestici, l’abbigliamento sportivo, il beauty, pure l’alimentare ma praticamente nessuno si salva, perché – oltre ai colossi del settore – quasi tutti i produttori si sono ormai attrezzati con gli shop on line via internet. Il gigantesco viavai dei furgoni di consegna e di rider ad ogni ora ne è testimonianza.
Si ha la sensazione che i buoi non solo siano scappati, ma ormai si siano resi irreperibili. Comunque le istituzioni ultimamente si sono accorte del terremoto che ha investito il settore, così squassante che pure diversi centri commerciali sono in crisi. Da qui il tentativo di tassare con un piccolo obolo quei pacchi che non superino i 150 euro di valore e provenienti da Paesi extra Ue; da qui il tentativo che alcune Regioni stanno facendo per sostenere i negozi di prossimità.
Tutti, ma proprio tutti ci stiamo accorgendo che, quando chiudono i negozi di quartiere o del paese, questi si trasformano in silenti dormitori senza alcuna attrattiva anche per una piccola passeggiata con il cane.