Fatti
Riordinare il commercio significa intervenire su un settore strategico non solo dal punto di vista economico, ma per la qualità della vita delle comunità e la tenuta sociale dei territori. È da questa consapevolezza che nasce la proposta di legge regionale per la riforma del commercio, presentata lo scorso 20 gennaio dall’assessore allo Sviluppo economico Massimo Bitonci. Un intervento che punta a semplificare le regole e, al tempo stesso, a tutelare e rilanciare i negozi di vicinato, riconoscendone il ruolo di presidio in particolare nei centri storici, dove il commercio rischia di essere schiacciato da un turismo sempre più omologante e da un e-commerce aggressivo.
Il nuovo testo accorpa e aggiorna in un’unica cornice 106 articoli contro i 166 attualmente in vigore, razionalizzando una normativa stratificata nel tempo che riguarda commercio al dettaglio, mercati, somministrazione, vendita della stampa e distribuzione dei carburanti. Tra le misure previste figurano l’estensione della digitalizzazione amministrativa e il rafforzamento delle politiche per il rilancio del commercio urbano, con particolare attenzione ai distretti – per i quali nel 2026 è previsto un nuovo bando da 10 milioni di euro – e ai luoghi storici. La proposta interviene anche su ambiti specifici come gli ambulanti, il sostegno alle edicole e l’obbligo di colonnine per la ricarica elettrica nei nuovi impianti di distribuzione dei carburanti.
La riforma arriva in una fase particolarmente delicata per il commercio al dettaglio, messo in difficoltà non solo dal cambiamento delle abitudini di consumo, ma anche dal ritardo delle normative nel recepire queste trasformazioni. A sottolinearlo è Confesercenti Veneto Centrale, che denuncia il paradosso di magazzini pieni di merce invenduta, liquidità bloccata e una fiscalità che non tiene conto della reale situazione delle imprese: «Molte attività – spiega Nicoletta Alibardi, presidente di Fismo (Federazione italiana settore moda) Confesercenti – si trovano a pagare imposte su beni che non generano incassi, con un reddito “gonfiato” solo sulla carta».
Accanto a queste criticità emergono anche le preoccupazioni del mondo artigiano, pur nell’apprezzamento del metodo di confronto avviato dalla Regione: «Senza coerenza con la normativa che disciplina l’artigianato, in particolare con la legge quadro 443, si potrebbero generare conflitti applicativi, incertezza per le imprese e difficoltà interpretative per le amministrazioni comunali», avverte il presidente di Confartigianato Imprese Veneto Roberto Boschetto, che chiede una legge «chiara, coerente e applicabile», che riconosca il valore economico, sociale e identitario dell’artigianato veneto.
Dal canto suo, l’assessore Massimo Bitonci rivendica il perimetro realistico dell’intervento regionale. «La Regione non ha il potere di intervenire su materie come il carico fiscale o il costo degli affitti», chiarisce, indicando però alcune leve possibili: formazione, anche in collaborazione con le Camere di commercio, accompagnamento alla vendita online e strumenti di incentivazione. «Il commercio sta cambiando – sottolinea – e deve essere sempre più specializzato, perché il prodotto generalista si trova ormai dappertutto, soprattutto in rete».
Una valutazione complessivamente positiva, seppur prudente, arriva dalle associazioni dei consumatori. «È positivo che la Regione torni a intervenire su una materia strategica per l’economia e la tenuta sociale dei territori», conferma la presidente Adiconsum Veneto Aps
Jacqueline Temporin Gruer, superando un quadro normativo che «mostra evidenti limiti rispetto alle trasformazioni in atto». Resta però centrale l’attenzione agli effetti concreti sul mercato: una riforma può rafforzare ordine e trasparenza, ma «il rischio è che norme troppo rigide o restrittive finiscano per limitare la concorrenza», con ricadute su prezzi, qualità e libertà di scelta.
Intanto la Regione stringe sui tempi. Fino a febbraio resterà aperta la finestra per le osservazioni delle associazioni convocate – tra cui Anci, organizzazioni di categoria, imprese ed enti locali – che saranno poi discusse con l’obiettivo di portare il testo in Consiglio regionale entro marzo. Un percorso che l’assessore considera già in larga parte definito, con una proposta ritenuta pronta all’80-90 per cento, e che rappresenta per il neo-assessore Bitonci un primo banco di prova, per dimostrare la capacità della giunta appena insediata di passare rapidamente dal confronto alle decisioni.
Oltre 100mila punti vendita sono scomparsi dal 2011 al 2025, ma la superficie media delle attività è cresciuta di quasi un quarto: è quanto emerge da un recente studio nazionale di Confesercenti che conferma che il commercio fisico in Italia sta vivendo una profonda trasformazione. Uno scenario non estraneo al Veneto: i report territoriali indicano infatti che i centri abitati continuano a perdere negozi e le imprese commerciali tendono a concentrare le attività in unità più grandi o in più sedi collegate, anche fuori provincia. Le superfici commerciali complessive registrano in Veneto un aumento del 10,4 per cento, a fronte di una riduzione del 15,4 per cento del numero totale dei punti vendita. «Il commercio di vicinato non è una nostalgia del passato: è un presidio sociale e un elemento centrale per la vivibilità delle città e dei paesi veneti – dichiara Flavio Convento, Vicepresidente di Confesercenti del Veneto Centrale – Le imprese hanno già adottato nuove strategie – digitalizzazione, omnicanalità, riorganizzazione degli orari – ma ora servono condizioni competitive eque e politiche di sostegno strutturali».