Idee
La notizia della sospensione del ministero da parte di don Alberto Ravagnani ci sembra un film già visto. Forse perché lo abbiamo già visto. Troppe volte. È la stessa storia – ormai un cliché – del prete o della suora che diventano fenomeni mediatici per un motivo non strettamente legato alla loro missione. Per capirci, parliamo di suore che cantano o di preti da rotocalchi.
Fase uno. La novità. Dapprima la pioggia di approvazioni entusiastiche dentro e fuori la Chiesa. Gli editoriali spassionati (i miei compresi) che ne lodano le intuizioni. Gli imitatori che – a volte con ottimi risultati – ne replicano le strategie. Le riflessioni dei pastoralisti. Gli inviti ad eventi pubblici e le foto con il papa il mercoledì mattina in Piazza San Pietro.
Fase due. Il consolidamento. La figura mediatica non è più una novità ma entra a far parte dell’arredamento ecclesiale. Viene meno l’effetto sorpresa ma aumenta la percezione di affidabilità. Fuori dalle mura della Chiesa però, con il venir meno dell’entusiasmo, fanno ancora più rumore sberleffi, meme, critiche per una Chiesa che osa troppo o che si avvicina troppo a linguaggi o culture apparentemente distanti.
Fase tre. La stanchezza. Le critiche iniziano a farsi sentire anche dentro la Chiesa e la vicenda del singolo diventa teatro dell’eterno scontro tra fazioni, tra chi guarda avanti e chi guarda indietro, lasciando immancabilmente scoperto lo scenario del presente. La persona sparisce e resta il personaggio. Nell’epoca dell’individualismo estremo dei social – nel caleidoscopio degli algoritmi i brand, le etichette, i partiti e le associazioni scompaiono ed emergono solo i singoli personaggi, non le persone – lo scivolone è sempre dietro l’angolo. E rischia di rinnegare anche il bene della battaglia che si è combattuta.
Fase quattro. La caduta. Nella puntata del podcast di Giacomo Poretti – uscita poche ore dopo la comunicazione dell’Arcidiocesi di Milano e a pochi giorni dall’uscita del nuovo libro di don Alberto Ravagnani, “La scelta” – lo stesso protagonista di questa storia spiega: «Mi sento prete, ma la modalità concreta in cui voglio viverlo non è stare dentro un’istituzione secondo le aspettative delle persone. Don era diventata la mia identità. A 21 anni in seminario mi hanno vestito da prete e da allora allo specchio mi sono sempre visto così, senza darmi la possibilità di capire chi fossi davvero. Quando ho provato a togliere il colletto, non riuscivo a vedermi. Ho dovuto riscoprire chi voglio essere». Parole che non possono non denotare un bisogno di affermazione dell’Io sull’identità collettiva del prete, del religioso o della religiosa, quasi a rifuggire la visione stereotipata che il mondo proietta su queste figure. Una triste parodia delle parole citate da Leone XIV nella sua prima omelia: «Un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato».
Da qui, da questa ennesima storia, due strade. C’è la fazione di chi punta il dito e chi prova a ricucire. C’è chi sceglie i «commenti pigri» del “lo sapevo”, definiti da padre Nicolò Mazza SJ sul suo profilo Facebook come una «scorciatoia per sentirsi intelligenti a posteriori» per «neutralizzare l’angoscia» di fronte a una vocazione che cambia. È la reazione di chi riduce una persona a un «caso tipico» o a un esperimento osservabile, ignorando che «le persone cambiano non perché erano false, ma perché sono vive».
Dall’altra parte c’è la strada di chi denuncia il «fenomenismo» che ha gonfiato questa bolla. Marco Iasevoli, giornalista di Avvenire e già vicepresidente dell’Azione Cattolica Italiana è netto: «Ce l’ho con chi pensa di supplire al vuoto di sensata ordinarietà con le scenografie». Il rischio è che i laici si «consegnino con gli occhi a cuoricino» a idoli che poi, scoppiando, «lasciano feriti sul campo». «Ce l’ho con gli analfabeti (non pochi in malafede) che hanno teorizzato e praticato nelle parrocchie e nelle diocesi la “sostituzione antropologica” dell’Azione Cattolica con una lunga semina di nulla infarcita di nulla e sostenuta dal pensiero culturale del nullismo emotivo individualistico narcisistico (tra l’altro corresponsabile, insieme all’altro correntone, quello dell’identitarismo ipocrita, della riduzione dei laici a “non pensanti”, anche nella sfera sociale)».
Una critica che colpisce anche la gestione del tempismo: Alessandra Corti nota come sia «più facile stare sotto i riflettori mentre scelgo di non restare, piuttosto che abitare il silenzio vero di una rottura», mettendo in dubbio un amore che sembra nutrirsi «più dell’ego che della relazione».
In mezzo a questo scontro di visioni, resta il dolore nudo. Quello di Lisa Zuccarini, che prova «nausea» per quei ragazzi che hanno «un disperato bisogno di padri» e si ritrovano con la terra che manca sotto i piedi. E quello, quasi privato, di don Marco Ferrari: «Non l’ho saputo con quella delicatezza che si riserva agli amici. Abbiamo bussato più volte alla porta del tuo cuore inquieto, ma nulla […] Solo per favore non dire mai che ti abbiamo abbandonato perché ti abbiamo cercato senza sosta ma non siamo mai riusciti ad entrare».
Rammarico e speranza nelle parole dei ragazzi di Fraternità, realtà creata da don Alberto a Milano: «Non ci sentiamo abbandonati perché la Chiesa è madre e perché crediamo fortemente che il Signore non si allontana quando il cammino diventa confuso».
A pochi mesi dal primo Giubileo dedicato agli influencer cattolici e ai missionari digitali, occorre vivere la contraddizione tra l’esigenza, anche tecnica, di questi tempi – la necessità di metterci la faccia in prima persona e di fare di sé stessi dei “brand” per rispettare i diktat della dittatura dell’algoritmo – con la kenosi cristiana, lo svuotamento dell’ego e della tentazione che ogni esposizione porta con sé per farsi guidare da Cristo e dalla Chiesa anche nei momenti di stanca, come quelle famiglie in difficoltà che scelgono di investire nell’amore anche quando l’innamoramento fisiologicamente viene meno.
Questa contraddizione – che va vissuta, educata e spiegata anche dentro la Chiesa – deve soprattutto farci vedere come la comunicazione, e ancor di più la comunicazione nei contesti della cultura digitale, ha una sua dimensione ministeriale, di servizio, che è dunque sì portata avanti dai singoli e dai loro talenti, ma a nome di tutta la comunità. Si riparte da qui. Ringraziando, non rinnegando don Alberto, anzi, pregando per lui e per la sua strada. Ma camminando sulla nostra mai da soli.