Idee
«La violenza mi fa schifo, è per quello che la contrasto; una violenza che si manifesta perlopiù in fenomeni di bullismo e nell’online, nel cyberbullismo».
Ha parole forti, indigeste, inequivocabili Adriana Battaglia, varesotta, ex dirigente scolastica che, afferma, «ho passato tutta la vita con i ragazzi». È tra i massimi esperti in Italia nel campo del disagio giovanile e per questo collabora con il Parlamento europeo. È intervenuta recentemente su questi temi a un incontro organizzato dal comune di Vigonza e dalla Fondazione Libra. La conferenza è stata organizzata a ridosso della Giornata contro bullismo e cyberbullismo, istituita dal Ministero dell’istruzione nel 2017, che ricorre il 7 febbraio, con lo scopo di sensibilizzare studenti, famiglie e docenti su questi fenomeni. Tra le azioni portate avanti da Battaglia per contrastare il bullismo, una decina di anni fa ha creato il metodo Tri-Pax, dove “Tri” sta per triplice livello di azione: individuale, relazionale e istituzionale. “Pax” è pace. «È una buona pratica basata sullo storytelling – argomenta – I protagonisti sono i ragazzi, chiamati ad apprendere la negoziazione responsabilizzandosi. L’obiettivo del metodo è costruire un ambiente educativo in cui il bullismo venga prevenuto prima che represso». La Commissione europea ha sottolineato la valenza di questa iniziativa e ha acconsentito di esporre la targa “School bullying free”, nelle scuole che la praticano.
Adriana Battaglia, prima di concentrarsi sulle questioni a lei più familiari, ragiona sull’attualità con una visione estremamente lucida: «Siamo di fronte a una deriva educativa che si manifesta su più piani, da quello familiare a quello scolastico. E la conseguenza sono i tanti giovani spaesati, incapaci di controllare le frustrazioni e la rabbia che vivono in quanto immersi nella società ossessionata dal successo e dall’apparenza. Da cui la conflittualità, che sembra essere una scelta per molti ragazzi. In loro è mancata la formazione delle mappe emotive (sono analfabeti emotivi), che vengono perlopiù trasmesse dalla famiglia nei primi anni di vita. Così come è stata insufficiente la cultura della relazione nel periodo adolescenziale, fatta di valori e di un’etica ben precisa, con confini definiti chiamando le cose con il proprio nome: bene e male».
Quindi l’esperta aggiunge aspetti oltremodo cruciali: «Si constata che le nuove generazioni hanno perlopiù perso la “motivazione di vita”. L’educazione avrebbe al centro proprio questa. Abbiamo adulti che spesso non sanno trasmettere il valore e il senso dell’esistenza. E il paradosso della solitudine: tutti connessi eppure ognuno sente il dramma dell’essere solo». L’epilogo è senza sconti, amaro: «Siamo in una sorta di delirio sociale, con molteplici segni di una deriva davvero spaventosa; sarà difficilissimo recuperare».
Per ciò che concerne il bullismo e cyberbullismo, per Adriana Battaglia «non si sta facendo abbastanza per contrastarli». Dal punto di vista legislativo in Italia abbiamo due leggi: la 71/2017 (la prima norma italiana specifica sul cyberbullismo) e la 70/2024 che aggiorna e amplia la normativa precedente, estendendola anche al bullismo. Per quest’ultimo i numeri parlano chiaro, secondo quanto trasmesso da dati Istat relativi al 2023, gli ultimi a disposizione: il 21 per cento dei giovani dichiara di essere rimasto vittima di bullismo, quindi di averlo subito in maniera continuativa più volte al mese; l’8 per cento più volte a settimana. «Ho definito il bullismo come un proteo – spiega – un anfibio acquatico multiforme, con variate sembianze, modernissimo; un serpente che si attorciglia e stritola, cambia identità, ferisce, umilia e uccide. Provoca ferite che rimangono tutta la vita».
Secondo la studiosa nel nostro Paese questo fenomeno negli ultimi anni è cresciuto, ma si constata che nelle scuole «si confondono episodi di violenza “normale” per bullismo. È ben diverso: nel bullismo la prevaricazione è costante, si prende di mira la vittima che si sente completamente oppressa, derisa, emarginata e va in crisi. Spesso non trova la modalità di uscirne ed è il motivo per cui il Italia abbiamo così tanti suicidi legati a questo problema; tra i giovani il suicidio è la prima causa di morte».
Battaglia sposta il focus sui carnefici, che possono essere un “branco” o un singolo: «Il bullismo è perfido. In chi lo porta avanti c’è una rabbia spaventosa che riversa sulla vittima; i bulli sono incapaci di vivere l’empatia cognitiva e affettiva, non percepiscono il dolore dell’altro: più la vittima soffre più alimenta l’analfabetismo affettivo del bullo».
Per quanto riguarda il cyberbullismo l’Istat dichiara che il 34 per cento dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, ha subito comportamenti vessatori online almeno una volta nell’anno e il 7,8 per cento più volte al mese (anche questi dati relativi al 2023). C’è da constatare però che «moltissime situazioni di cyberbullismo vengono sottaciute per vergogna o perché si pensa che le autorità competenti non passano agire». Ma cos’è il cyberbullismo? «È un linguaggio di odio online che affascina molti ragazzi e si diffonde con una velocità spaventosa», linguaggio che viene accompagnato spesso dalla diffusione di foto, video o contenuti compromettenti. Chi compie questi atti «si nasconde nell’anonimato, sentendosi irresponsabile di ciò che scrive o diffonde».
Alla luce di questo quadro con tinte piuttosto fosche da dove ripartire? Per Adriana Battaglia «serve molta più formazione: innanzitutto rivolta ai genitori per aiutarli a essere educatori capaci, che comprendano cosa i loro figli stanno vivendo. Poi la formazione dei docenti, partendo dalla legge 70/2024, che introduce misure per prevenire e contrastare bullismo e cyberbullismo, con percorsi di formazione e prevenzione. Oggi siamo al punto che molte famiglie mi scrivono dicendo che alcuni docenti bullizzano i loro figli. Nella scuola poi si rileva un lassismo che fa paura: deve proporre certamente percorsi di riparazione per situazioni negative compiute da giovani ma al contempo deve essere capace di sanzionare. Questa istituzione deve quindi ritrovare la sua credibilità».

All’istituto tecnico commerciale Pier Fortunato Calvi di Padova si è parlato, riflettuto e scritto di bullismo e cyberbullismo. Lo si è fatto in modo «serio, coinvolgente». Dalla necessità di affrontare queste tematiche all’interno delle ore curricolari di educazione civica – dove sono previste a livello nazionale, azioni di prevenzione e contrasto a questi fenomeni – è nato il progetto “Online senza rischi: storie di ragazzi e consigli per vivere il digitale in sicurezza”. L’iniziativa che si è sviluppata perlopiù nella primavera del 2025, è rientrata inoltre nell’alfabetizzazione digitale che le scuole sono chiamate a fare e, come spiega Maria Francesca Guiso docente al Calvi, «l’abbiamo realizzata per aiutare i giovani a essere pronti ad affrontare situazioni problematiche». I ragazzi del Calvi coinvolti sono stati quelli delle classi prime BF e DS e tra gli esperti, oltre alla prof.ssa Guiso, coordinatrice del progetto e dell’attività a scuola, hanno contribuito il magistrato Maristella Cerato, l’ispettore di Polizia Attilio Mattiolo e Irene Sensales, docente specializzata in didattica digitale. Ha collaborato anche il Comitato regionale per le comunicazioni (Corecom).
Il progetto è consistito nella stesura di sette storie legate a bullismo e cyberbullismo accompagnate da una tabella esplicativa con il tipo di reato, le sanzioni previste, il risarcimento del danno inferto, le indicazioni a chi rivolgersi e soprattutto a cosa prestare attenzione perché non si arrivi al misfatto. «Lo scopo del far scrivere agli studenti queste storie – puntualizza la docente Guiso – è stato quello di porre i ragazzi di fronte a situazioni reali, facendoli ragionare su ciò che può succedere in conseguenza dei loro comportamenti e le relative responsabilità. La questione è: se ci troviamo in situazioni critiche come reagiamo, cosa possiamo fare? Rimane cruciale conoscere come aiutare noi stessi e gli altri».
Dal lavoro svolto è nato un opuscolo stampato che è stato presentato al Consiglio regionale del Veneto a settembre 2025, una sorta di manuale operativo che viene usato nelle classi.
Tra i giovani che hanno preso parte al progetto c’è la studentessa padovana Vittoria Bergamin: «Mi sono messa in gioco e ho imparato principalmente a essere attenta, vigilante sull’uso dei social e su internet in generale. Alla luce del lavoro fatto a scuola sono più consapevole dei rischi che ci sono nel pubblicare online». E nella vita “reale” Vittoria dice di essere oggi più cosciente delle conseguenze che possono avere certi comportamenti e capace di aiutare i suoi coetanei coinvolti in situazioni «compromettenti, brutte. Se le notassi li consiglierei innanzitutto di parlarne con i genitori o con gli insegnanti; è fondamentale, non bisogna avere paura di fare questo primo passo».
Per il 66 per cento dei ragazzi il web è oggi il luogo più pericoloso, associato a violenza, revenge porn e cyberbullismo. Un giovane su due dichiara di aver subito almeno un atto di violenza. È quanto emerge dall’edizione 2026 dell’Osservatorio Indifesa di Terre des Hommes, basato sulle risposte di oltre duemila under 26 italiani, diffuso in occasione della Giornata contro bullismo e cyberbullismo (7 febbraio) e del Safer Internet Day (10 febbraio). Le ragazze risultano più colpite dei maschi (57 per cento contro 42 per cento), ma il dato più alto riguarda le persone non binarie (67 per cento). L’80 per cento dei giovani è stato contattato online da sconosciuti, esperienza che genera soprattutto paura e disagio tra le ragazze. Il revenge porn è indicato dal 59 per cento come il rischio principale sul web, mentre tra i maschi più giovani il pericolo più diffuso resta il cyberbullismo.

Riconoscere il cyberbullismo è il primo passo per contrastarlo. Spesso si manifesta attraverso segnali come isolamento improvviso, rifiuto di uscire, ansia, insonnia, disturbi alimentari, calo del rendimento scolastico o cambiamenti nel comportamento (aggressivo o eccessivamente chiuso). A questi si affiancano segnali digitali: uso compulsivo del cellulare o, al contrario, rifiuto dei social, cancellazione frequente di profili, presenza di messaggi offensivi o minacciosi e interazioni sospette con estranei. Ascoltare con attenzione e senza giudizio è fondamentale per cogliere il campanello d’allarme e intervenire tempestivamente. È importante raccogliere prove come screenshot o registrazioni, utili per segnalare l’accaduto e spesso sufficienti a scoraggiare i bulli. Nei casi più gravi è possibile rivolgersi alle forze dell’ordine.
Per quanto riguarda la Regione Veneto, al monitoraggio 2024-25 condotto dall’Ufficio scolastico regionale, hanno partecipato 22.788 studenti e studentesse delle scuole secondarie di secondo grado, frequentanti 78 istituzioni scolastiche statali. Alla rilevazione rivolta ai docenti hanno risposto 3.079 insegnanti, appartenenti a 108 istituti comprensivi e 51 istituti superiori. Fra gli studenti veneti, circa il 30 per cento dichiara di aver subito almeno un episodio di bullismo nei 2–3 mesi precedenti all’indagine, mentre il 18,2 per cento ammette di aver messo in atto comportamenti da bullo. Il cyberbullismo presenta percentuali più contenute: 8 per cento di vittime e stessa percentuale di autori.
Episodi di prepotenze basate sul pregiudizio si attestano su numeri non irrilevanti: l’11 per cento degli studenti riporta soprusi legati al background etnico, l’8 per cento all’orientamento sessuale e il 7 per cento alla disabilità.
Si conferma la differenza di percezione tra docenti e studenti sul bullismo, rilevata anche nelle annate precedenti: oltre il 90 per cento dei docenti ritiene la scuola sicura e attenta al fenomeno. Un quinto degli studenti percepisce mancanza di sensibilità su tema delle prevaricazioni.