Idee
Passata la sbornia del Superbonus, il mondo dell’edilizia ha dovuto reinventare sé stesso, imparando a convivere con una nuova normalità che passa, comunque, da alcune agevolazioni. La legge finanziaria 2026 prevede delle detrazioni fiscali, rispettivamente al 50 per cento per la prima casa e al 36 per cento per le altre, fermo restando un massimale che generalmente è di 96 mila euro e una suddivisione in dieci quote annuali.
«Dopo l’esperienza del Superbonus, l’edilizia si è un po’ fermata – spiega Nicola Zanfardin, presidente della categoria Edili di Confartigianato Imprese Padova – anche perché era passato il concetto che non fosse necessario spendere soldi propri, ma che questi arrivassero dall’alto. Ora il mercato è trainato quasi esclusivamente dagli interventi legati al Pnrr o ai fondi regionali ed europei». Qualche gru, comunque, si alza. «Nuove costruzioni sì, soprattutto condomini – continua Zanfardin – ma il privato, quello che un tempo avrebbe edificato la casa unifamiliare o la villetta, non fa più niente per tanti motivi. Le banche, ad esempio, chiedono sempre più garanzie». Un problema, questo, che affligge anche il patrimonio immobiliare già edificato. Il Superbonus, ma anche tutti i bonus legati alla ristrutturazione e all’efficientamento energetico che si sono succeduti negli anni, andavano proprio nella direzione di un recupero e di un ammodernamento delle case esistenti. Qualcosa, in questo ambito, sembra essersi incrinato. «Non solo le case non si costruiscono, ma si fatica anche a restaurarle – chiosa il presidente degli edili – Una ristrutturazione può costare più di una casa nuova: prima ancora di avviare i cantieri, le licenze, i permessi e la burocrazia assorbono un 30 per cento del valore del fabbricato. Se a questo aggiungiamo l’acquisto del terreno, con prezzi alle stelle, si capisce perché sia difficile anche solo cominciare a parlare di materiali».
Nemmeno le soluzioni alternative, come i prefabbricati, sembrano decollare. «Ci sono tante nuove tecnologie, ma finora rimangono una nicchia – chiarisce Zanfardin – a causa di costi che superano del 15 o 20 per cento quelli dell’edilizia tradizionale». Un vero e proprio bagno di sangue a livello finanziario e, bisogna dirlo, un impegno di cui spesso non è possibile stimare la durata. Vuoi per gli imprevisti di cantiere, vuoi soprattutto per la cronica mancanza di maestranze qualificate, la zanzega – come si chiamava un tempo la festa che il padrone di casa offriva agli operai al completamento del tetto – assomiglia talvolta a un miraggio più che a una tradizione.
«Come Confartigianato stiamo portando avanti una campagna in questo senso – conclude Nicola Zanfardin – vogliamo istituire una sorta di albo, con le certificazioni necessarie per aprire un’impresa nel settore. Così facendo vorremmo evitare fenomeni come quelli avvenuti con il Bonus 110 per cento, quando sul mercato sono comparse troppe aziende improvvisate».