Storie
«Sono vivo, solo che non posso camminare. Ma sono vivo». Vyacheslav aveva 38 anni quando, dopo una vita in miniera, si è arruolato nelle file dell’esercito ucraino, nel 2022. Una vita spesa nel Donbass, lui è nato a Donetsk. Prima di prendere la armi il suo impiego era in miniera, in un territorio particolarmente ricco di carbone del quale possiede, o forse possedeva, la più grande riserva di tutta Europa. Ma non solo, in Donbass ci sono le terre rare di cui tanto si parla, il litio, l’uranio, il ferro. Vyacheslav ha passato tutta la vita di prima lavorando in quelle miniere. Oggi di anni ne ha 43 e lo incontriamo in un centro protesico aperto per aiutare gli invalidi di guerra, come è lui.
Sono più di centomila i soldati ucraini che hanno subito amputazioni in questi quattro anni di guerra. Una stima al ribasso. Vicino a lui, in attesa di essere visitato, un trentaduenne che ha perso una gamba su una mina. Ha cercato di mettere in salvo un soldato ferito, ma correndo dopo esserselo caricato in spalle, ha messo un piede sull’ordigno. «Ma lui si è salvato» ci tiene a precisare riferendosi all’altro militare. «E comunque la mia storia non è niente di speciale, la sua – dice indicando Vyacheslav – quella sì che lo è davvero». Cambia l’espressione del suo viso, non quella di Vyacheslav, che ascolta in silenzio.
Così ci rivolgiamo a lui, con un certo tatto anche perché fa una certa impressione vedere un uomo così imponente, pesa 120 chilogrammi, senza entrambe le gambe, costretto su una sedia a rotelle. Ingenuamente, per rompere il ghiaccio, quasi letteralmente visto che ci sono dieci gradi sotto zero all’esterno ed è pieno giorno, facciamo appunto notare che fa molto freddo e che è davvero dura la vita delle persone senza elettricità e gas. All’esterno del centro, dotato di generatore indipendente, quindi alimentato, tutti i grandi condomini che richiamano a un tempo che non c’è più, sono senza riscaldamento. E non c’è una luce che si scorga da una delle tantissime finestre. Eppure siamo a Kamjanec Podlskvj, lontano da dove si combatte, più vicini al confine con la Romania che a Kiev, per intendersi. Ma la guerra oramai è dappertutto, in tutte le sue forme. E le temperature rigide, alle quali le persone sono per ovvi motivi da sempre abituate, oggi però non si possono contrastare.
Di quanto freddo può fare l’inverno qui, Vyacheslav ne sa qualcosa. Non sono stati proiettili, droni o mine a strappargli le gambe, ma una permanenza all’aperto, in trincea per dodici giorni consecutivi, alle tremende temperature di quest’inverno. Senza mai la possibilità di un riparo. «Il freddo ho smesso di sentirlo presto, in realtà. A sedici gradi sotto lo zero si può
comunque sopravvivere, anche se tanti miei compagni non hanno avuto la stessa fortuna – spiega come a togliersi meriti particolari – Quando sono venuti a prendermi, dopo dodici giorni passati con i piedi costantemente nella neve, mi sono accorto che non rispondevano più. Hanno dovuto aiutarmi per salire sul mezzo militare che mi ha raccolto. Solo quando siamo arrivati in un rifugio, con l’aiuto di altri soldati, spogliandomi ho visto che ero tutto nero. Dalle gambe fino ai piedi». Prende fiato e poi dice: «Non pensavo di avere preso così tanto freddo, in realtà. È vero che col passare dei giorni sentivo aumentare i dolori, ma io ho solo cercato di resistere. E infatti sono qui. Però non mi ero assolutamente reso conto di cosa mi stesse accadendo».
Non ha tanta voglia di entrare troppo nei dettagli della missione non lontano da Donetsk che doveva intraprendere con altri commilitoni, si capisce però che del suo battaglione sono sopravvissuti in pochi se non nessuno. Vyacheslav ha subito l’amputazione delle gambe andate in cancrena. L’unico modo per salvargli la vita. Adesso però ha bisogno delle protesi, che il Governo ucraino finanzia per intero, compresa la riabilitazione. Per questo viene visitato da un chirurgo plastico italiano, il dottor Alvise Montanari dell’equipe del professor Franco Bassetto, direttore dell’Unità di chirurgia plastica dell’Azienda Ospedale-Università di Padova. «L’amputazione di per sé lascia delle possibilità, oggi ci sono tecniche e opportunità che davvero possono restituire una vita a queste persone, ma i numeri sono talmente grandi, che anche con tutta la buona volontà ridare gli arti a tutti coloro che l’hanno perso è inimmaginabile, oggi». Lui è qui per aiutare, ma sa che è una goccia nell’oceano. Una goccia importante, però. Un viaggio lampo, il suo, intrapreso insieme a chi racconta questa storia e all’imprenditore padovano Massimo Pulin che, in sinergia con la Croce Rossa ucraina e quella greca, ha fatto partire questo nuovo centro dove l’Università di Verona e l’azienda ospedaliera di Padova mettono le loro competenze in materia di protesi. I tre hanno viaggiato, come recitava il famoso film di Aldo, Giovanni e Giacomo, con un bagaglio molto speciale: una gamba tutta nuova destinata a uno di questi giovani invalidi di guerra. Peccato che qui
la storia non è affatto divertente anche se il finale è comunque portatore di speranza, se non proprio un lieto fine. Il chirurgo plastico Alvise Montanari, seppure molto giovane, ha 32 anni, ha grande esperienza formatasi anche in missioni in Africa e a Padova ha operato minori arrivati da Gaza ustionati o amputati. Per lui è la prima volta in Ucraina. «Ho visitato diversi ospedali e sono tutti sotto pressione. Ci sono molti pazienti, poco personale e pochissimi chirurghi. Ho notato che qui è un po’ com’era da noi anni fa, dove il chirurgo deve saper far tutto, dall’ortopedia alla chirurgia generale fino alla neurochirurgia. Tutto è affidato allo stesso specialista. Così diventa difficile gestire i pazienti più complessi, il nostro ruolo, di chirurghi che arrivano da fuori, è quello di dare una mano proprio in questo senso». Ha appena finito di visitare Vyacheslav che sorride, sa che le protesi gli restituirebbero quell’autonomia che oggi non
può avere. «La guerra è tremenda, è terribile. È un peccato, sai, che così tanti giovani siano morti e continuino a morire. Ragazzi che non riabbracceranno le loro famiglie, che non tornano più – dice con commovente lucidità Vyacheslav, fissandoci – C’è un solo modo per far finire questa guerra. Parlare. La guerra può finire solo se decidono di trattare, con la diplomazia. Basta armi». Lo ripete due volte. Poi, mentre sta per uscire dal centro, spinto dalla moglie, si volta per dirci un’ultima cosa, cinica, perentoria e beffarda allo stesso tempo: «Non ci sono più gli uomini, per fare la guerra».