Idee
La tragedia di Annabella Martinelli non è solo un lutto privato o una notizia di cronaca. È una frattura, uno squarcio, una domanda aperta che interroga ognuno di noi, non solo chi le voleva bene.
Scrivo queste righe non come un osservatore distante, ma come qualcuno che, alla sua età, ha abitato quegli stessi territori d’ombra, anni lunghi e silenziosi, vissuti con la sensazione costante di essere invisibile e che non può non provare empatia e un grande dolore. Sono qui oggi non perché fossi più forte, ma perché non trovai il coraggio di compiere un gesto definitivo.
Questa verità non mi imbarazza: credo sia importante dirla, perché spesso scambiamo la sopravvivenza per forza, quando invece è solo una combinazione di fattori, di tempi, di solitudini. Oggi si parla di depressione, di disagio sociale, di fragilità. Ma chi ha vissuto quel vuoto sa che c’è qualcosa di più profondo: una pianificazione lucida che non è mancanza di coraggio, ma il culmine di una sofferenza che ha smesso di trovare parole.
Spesso, all’età di Annabella, non si urla per chiedere aiuto, lo si fa con gli sguardi, una sofferenza profonda, silenziosa, che non urla ma guarda. E spesso basterebbe poco: una telefonata, un abbraccio, una presenza non distratta. Eppure, sembra che la nostra società, così iper-connessa eppure così distante, abbia perso la capacità di leggere quegli occhi. Siamo affogati in una comunicazione virtuale che ci rende analfabeti di fronte al contatto diretto, all’abbraccio che salva, alla telefonata che rompe la solitudine.
Ai genitori di Annabella vorrei dire: non cercate colpe dove non esistono. L’amore dei genitori è un porto sicuro, ma ci sono tempeste così violente che superano gli strumenti di chiunque. Annabella ha certamente sentito il loro amore; forse è stato proprio quell’amore a farle pesare ancora di più il vuoto che sapeva di lasciare, in un conflitto atroce tra il desiderio di restare e il bisogno di smettere di soffrire.
Il mio è un appello ai coetanei, agli amici, ai passanti: non abituatevi all’indifferenza. Un piccolo gesto, un momento di ascolto reale, può essere la differenza tra la vita e l’abisso.
Io sono qui oggi solo perché, all’epoca, non trovai il modo di compiere quell’ultimo gesto, portando la morte dentro di me per anni. Spero che il sacrificio di Annabella serva a farci tornare umani, capaci di fermarci e, finalmente, “guardare”.
E a voi, ragazzi, i coetanei di Annabella, vorrei dire una cosa difficile: non abbiate paura di essere “pesanti”. In un mondo che ci vuole sempre sorridenti e leggeri sui social, la tristezza profonda spaventa. Se sentite che un amico si sta spegnendo, se vedete quello sguardo perso che io conosco bene, non restate in silenzio. Non serve essere psicologi, basta un “ci sono”, un abbraccio che non chiede spiegazioni. E se siete voi a sentirvi invisibili, vi prego: parlate. Anche se pensate che nessuno possa capire, gridate il vostro dolore.
Non è mancanza di coraggio chiedere aiuto, è l’unico modo per non lasciare che il buio vinca.
Se queste parole riuscissero a far rallentare qualcuno, anche solo per un istante, davanti allo sguardo di un ragazzo o di una ragazza in difficoltà, a guardare davvero chi ha accanto, allora non sarebbero state scritte invano. lettera firmata
La Regione Veneto dispone di un numero verde, attivo 7 giorni su 7, da chiamare in caso di bisogno di aiuto. Il servizio anti-suicidi risponde al numero 800 334343: la task force è composta da dieci psicologi. A Padova è attivo Telefono Amico: 02-23272327 e su Whatsapp al 324-0117252.