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Negli ultimi giorni l’Area Porto di Mare, conosciuta per anni come “boschetto della droga di Rogoredo”, è tornata al centro delle cronache per gravi fatti di violenza. Una narrazione che rischia però di oscurare il lungo e silenzioso lavoro di cura, presidio e restituzione alla cittadinanza portato avanti da anni. A raccontarlo è Gianluca Vargiu, direttore del Centro di forestazione urbana e responsabile di Italia Nostra per i progetti di Porto di Mare, Boscoincittà e Cava Ongari.
“Noi siamo partiti lì nell’ottobre del 2017, su mandato dell’amministrazione comunale”, spiega Vargiu, ricordando una fase in cui
“la situazione aveva raggiunto livelli di assoluta insostenibilità, soprattutto dal punto di vista sociale: furti, overdose, morti, una situazione molto complicata”.
Italia Nostra arriva a Rogoredo forte di un’esperienza già maturata in contesti analoghi, come quella del Parco delle Cave a Baggio. “Abbiamo riproposto uno schema che avevamo già sperimentato: presidio, cura del verde e lavoro coordinato con gli altri soggetti”. L’intervento riguarda l’intero ambito di Porto di Mare, delimitato da via Sant’Arialdo, via San Dionigi e dalle grandi arterie stradali verso la tangenziale. “Il cosiddetto boschetto della droga occupava inizialmente una quindicina di ettari”, ricostruisce Vargiu, “poi pian piano è regredito fino a ridursi a tre o quattro ettari e, a un certo punto, è sparito del tutto”. Un risultato ottenuto grazie a un’azione corale. “C’è stato un lavoro importante di coordinamento da parte della prefettura, con le forze dell’ordine, le associazioni di strada e altre realtà”, sottolinea. “Noi come Italia Nostra ci siamo occupati della parte ambientale, che è quella di nostra competenza: pulizia, presidio, cura del territorio”. Anche la lettura del fenomeno richiede precisione. “Parliamo di migliaia di persone che transitavano quotidianamente nell’area”. Oggi lo scenario è cambiato. “Il traffico si è spostato al di là dei binari della ferrovia”, osserva, “mentre l’Area di Porto di Mare è tornata a essere vissuta”. Durante la settimana è frequentata da cittadini che passeggiano, vanno in bicicletta o fanno attività sportiva leggera; nel fine settimana la presenza aumenta.
“Dove prima succedevano certe cose, oggi la cittadinanza si riappropria dello spazio attraverso usi consentiti”.
Il cambiamento non è passato attraverso grandi opere.
“Io preferisco parlare di prendersi cura piuttosto che di riqualificazione”, chiarisce Vargiu. “Riqualificazione dà l’idea di qualcosa di stravolgente. In realtà, a volte bastano piccoli gesti: tenere pulito, tagliare l’erba, rendere un luogo fruibile”.
Porto di Mare resta un parco naturalistico, senza strutture invasive. “È un parco estensivo, dove si passeggia, si osservano gli animali, gli stagni, le zone umide”. Tra le iniziative promosse c’è anche una pista di mountain bike in terra battuta. “L’abbiamo ritenuta compatibile con l’area”, spiega Vargiu, “non è una pista professionale, ma consente a chi vive in città di arrivare fin qui e vivere il parco”. Determinante è la presenza quotidiana.
“Noi tutti i giorni siamo lì”,
afferma. “Abbiamo tre operatori fissi che si occupano di pulizia, taglio dell’erba, presidio”. A questo si aggiunge il lavoro dei volontari. “Ogni mercoledì mattina c’è un gruppo stabile che si ritrova e fa quello che serve: piantare, pulire, bagnare, sistemare”. Un coinvolgimento che genera responsabilità. “Non ti do un servizio fatto e finito”, sottolinea, “ma ti dico: questo luogo è tuo, prenditene cura”. Da qui nasce un circuito virtuoso.
“Più ti prendi cura di un posto, più te ne innamori e più continui a tornarci”.
Quando emergono problemi, aggiunge, “sono i cittadini stessi ad avvisarci: abbiamo occhi sempre attivi sul territorio”. Italia Nostra opera con una struttura tecnica stabile. “Siamo 18 operatori complessivamente, con mezzi e competenze specifiche”, spiega Vargiu. Accanto alla dimensione ambientale, c’è anche un’attenzione all’accoglienza. “Non è il focus del nostro lavoro, ma
quando possiamo accogliamo ragazzi in messa alla prova, rifugiati, persone in tirocinio”.
Vargiu non nega le criticità ancora presenti. “Dire che va tutto bene non sarebbe onesto”, afferma. “Ma da qui a raccontare tutto il quartiere come un far west ce ne passa”. Sul tema della sicurezza è netto:
“Non si risolve con repressione o cancellate. È un lavoro lungo, che va affrontato insieme: sanitario, sociale, ambientale e di sicurezza devono muoversi in sinergia”.
La chiave resta la partecipazione.
“Le operazioni di rigenerazione funzionano quando c’è il coinvolgimento reale della cittadinanza”, conclude. “Così le persone imparano a conoscere il territorio, ad amarlo, a rispettarlo. E quel pezzo di città non è più di qualcun altro: diventa il mio pezzo di città”.