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Gli imprenditori locali ospitavano affiliati ai clan di Camorra e Cosa nostra. Verona è l’ultimo caso, ma intrecci già dagli anni Novanta
Gli imprenditori locali ospitavano affiliati ai clan di Camorra e Cosa nostra
IdeeGli imprenditori locali ospitavano affiliati ai clan di Camorra e Cosa nostra
«I l Veneto non è terra di mafia, ma la mafia è presente in Veneto». Con queste parole prese a prestito dal coordinatore nazionale di Libera, Pier Paolo Romani, il magistrato Vittorio Borraccetti, già procuratore della Repubblica a Venezia dal 2002 al 2010, ha presentato lo scorso 8 marzo in Consiglio regionale veneto, l’approfondimento dedicato dalla rivista Esodo al fenomeno criminale della mafia e alla sua presenza a Nordest.«Lo dimostrano – spiega Borracetti – il processo ai Casalesi a Eraclea, il processo Taurus a Verona, la Mala “autoctona” del Brenta della banda Maniero o la struttura locale di ‘ndrangheta a Reggio Emilia, sgominata dal processo Aemilia condotto da Francesco Caruso. La mafia non si presenta qui con il volto violento con cui si è affermata in passato, ma proponendo servizi alle imprese: credito facile, gestione di rifiuti tossici, fornitura di manodopera in nero, recupero crediti inesigibili, fornitura di fatture inesistenti. Così si impadronisce della capacità imprenditoriale di un territorio e lo asservisce ai suoi scopi criminali». Le indagini e gli atti giudiziari dimostrano come, fin dagli anni Novanta, esponenti delle organizzazioni mafiose erano operativi in Veneto. Si legge, infatti, su Esodo che «vi sono stati più casi di importanti capi mafiosi latitanti che erano ospitati e protetti nel territorio veneto. Uno, per esempio, il camorrista Vincenzo Pernice, arrestato a Portogruaro il 15 gennaio 2005, considerato il cassiere del clan camorristico Licciardi, ospitato da un imprenditore. Oppure i fratelli Graviano, mafiosi di Corleone, indagati e condannati per le stragi del 1993, ospitati in Abano Terme da un imprenditore locale, condannato nel 2005 dal tribunale di Padova per favoreggiamento». Con la sentenza del processo Isola Scaligera, lo scorso primo marzo, il tribunale di Verona sancisce la presenza nel territorio veronese di una locale di ‘ndrangheta in collegamento con la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto. «La sentenza – spiega Alessandro Naccarato, membro della Commissione parlamentare antimafia dal 2013 al 2018 – è la conferma giudiziaria di un fenomeno che osserviamo da anni. La presenza di una “locale” di ‘ndrangheta, che è una struttura di coordinamento delle ‘ndrine capace di operare in autonomia, sancisce il radicamento della mafia in Veneto». Gli imputati di Verona sono stati accusati di aver operato illecitamente, a vario titolo, a favore del clan Giardino, aderente all’organizzazione criminale calabrese. Sono stati contestati, oltre all’associazione per delinquere di stampo mafioso, anche i reati di estorsione, truffa, riciclaggio, corruzione, turbativa d’asta, fatture false, traffico di droga. «In Veneto le mafie costituiscono il principale pericolo per l’economia e per la convivenza sociale – prosegue Naccarato – Nella nostra regione le organizzazioni criminali svolgono radicate attività nel traffico di stupefacenti, nel riciclaggio e nel reinvestimento di capitali illeciti, nel turismo, nel commercio e nella grande distribuzione, nell’edilizia, nei rifiuti, nella cantieristica navale, nell’intermediazione di manodopera. Le recenti sentenze confermano le denunce sottovalutate in passato e descrivono una situazione criminale in espansione, che coinvolge a vario titolo centinaia di indagati e numerosi professionisti».

È di inizio marzo la sentenza di primo grado del maxi processo per mafia – il primo concluso a Verona – che ha portato a 16 condanne per un totale di quasi 150 anni di reclusione a capi e sodali. Assolti invece sette dei 23 imputati tra cui, a sorpresa, Antonella Bova, moglie del boss Antonio Giardino che, invece dovrà, scontare 30 anni di carcere come il fratello Alfredo. Tutto parte dalla retata coordinata della Dda di Venezia che nel 2020 ha scoperchiato una locale di ‘ndrangheta radicata in terra veronese. Il radicamento mafioso negli anni è stato favorito da una sottovalutazione da parte di tutta la società: «La mafia del Brenta sottolinea Alessandro Naccarato – viene ancora oggi da molti considerata una banda di criminali comuni, tanto da definirla “mala” e non “mafia” sostenendo che in Veneto non esiste, esattamente come accadeva in Sicilia in passato».
Per Alessandro Naccarato è un campanello d’allarme anche l’episodio accaduto lo scorso 30 settembre quando, nel corso del processo contro la nuova mafia del Brenta, all’interno dell’aula bunker di Mestre, un imputato ha accoltellato il collaboratore di giustizia Loris Trabujo. «Il messaggio è chiaro: chi rompe il vincolo dell’omertà, uno dei requisiti identificativi dell’associazione di stampo mafioso, viene colpito a qualunque costo e in qualsiasi luogo. È un gesto chesottolinea la forza della mafia del Brenta e delle sue propaggini. Anche i festeggiamenti di Eraclea con fuochi d’artificio per la scarcerazione di Luciano Donadio hanno lo scopo di mandare un messaggio simile».
A33 anni dall’assassinio e a due anni dalla beatificazione non tace l’eco della intorno al magistrato Rosario Livatino, ucciso dalla mafia e definito da Giovanni Paolo II «martire della giustizia e indirettamente della fede». «Le spoglie, l’esperienza e la tragica fine – spiegava il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, accogliendo la reliquia del beato nel palazzo del ministero a gennaio – ci dimostrano che anche in questo mondo c’è spazio per coniugare la fede nell’uomo con la fede nella giustizia divina». Il 22 marzo, un giorno dopo l’ormai tradizionale ricorrenza della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafia, aprirà nel Palazzo di giustizia di Padova, in via Niccolò Tommaseo 55, la mostra “Sub Tutela Dei” dedicata alla figura del giovane magistrato. «Abbiamo già molte prenotazioni da parte delle scuole di Padova, anche grazie al patrocinio dell’Ufficio scolastico regionale e alla pubblicità che ci ha fatto il dirigente – spiega Roberta Masotto, curatrice della mostra – I ragazzi verranno accompagnati dai loro insegnanti e noi organizzeremo delle visite guidate. Quella di Livatino è una storia che può insegnare molto ai giovani che hanno bisogno, secondo me, di figure positive a cui guardare. Livatino ha dedicato tutto sé stesso per compiere il proprio dovere, non semplicemente in modo volontaristico ma perché aveva una passione per il proprio lavoro e per ogni aspetto della vita. La sua esperienza insegna proprio questo: non sprecare neppure un momento della vita, facendo ogni cosa con dedizione». Una dedizione alla giustizia che ha portato in un decennio l’allora sostituto procuratore siciliano a occuparsi delle più delicate indagini antimafia oltre a quelle sfociate poi nella cosiddetta Tangentopoli siciliana degli anni Novanta. Un attività d’indagine e professionale che non ha mai perso quel tratto di umanità e di fede che lo spingevano a costellare i suoi appunti con la sigla S.T.D., Sub Tutela Dei, per indicare ciò che più gli stava a cuore. «Nel 2019 un collega della Libera associazione forense ha letto un articolo su Rosario Livatino scritto dal postulatore romano della causa di beatificazione – aggiunge la curatrice della mostra itinerante – Leggendo è rimasto colpito e nell’approfondire la figura di Livatino, assassinato il 21 settembre 1990 da esponenti mafiosi della stidda di Agrigento, ha coinvolto altri componenti dell’associazione e alla fine siamo arrivati a realizzare questa mostra». Un esordio a Rimini nel 2022 che visto oltre 12 mila persone e divenuto il primo di una serie che oggi vede quattro mostre gemelle attraversare l’Italia. Per visitare quella padovana, aperta fino al 4 aprile (da lunedì a venerdì dalle 9 alle 18, il sabato dalle 9 alle 13.30), è necessario prenotarsi attraverso il sito web www.rosminipadova.it