Idee
Le notizie che arrivano dal Mediterraneo in queste settimane non sono soltanto cronaca: sono uno specchio morale. Secondo le testimonianze raccolte dalle organizzazioni umanitarie, fino a mille persone potrebbero essere disperse in mare dopo il passaggio del ciclone Harry, una delle più gravi tragedie degli ultimi anni lungo la rotta del Mediterraneo centrale.
Davanti a numeri così enormi, il primo rischio è l’assuefazione. Ci abituiamo alle cifre, alle immagini lontane, alle statistiche. Eppure non si tratta di fatalità naturali: la tempesta ha colpito imbarcazioni che esistono perché esiste un sistema migratorio irrazionale, incapace di offrire canali legali sufficienti e di governare un fenomeno strutturale con strumenti moderni ed efficaci.
Da troppo tempo una certa politica compie un’operazione culturale pericolosa: far passare ciò che è emergenza come normalità e ciò che è normale come emergenza. È emergenza la morte di uomini, donne e bambini in mare; è emergenza l’esistenza di rotte clandestine dominate dai trafficanti; è emergenza l’orrore delle carceri libiche, che la comunità internazionale conosce e continua a tollerare. Non è invece emergenza l’immigrazione economica. Essa è un fenomeno strutturale delle società contemporanee: fatto di lavoratori, famiglie, giovani nati e cresciuti in Italia, che contribuiscono ogni giorno alla vita economica e sociale del Paese.
Trasformare questo dato di realtà in una narrazione permanente di allarme e conflitto di civiltà non produce sicurezza, ma disordine. Quando l’accesso legale al lavoro viene ostacolato da meccanismi inefficienti – come l’ormai anacronistica “lotteria” dei decreti flussi – la conseguenza non è la diminuzione delle partenze, bensì l’aumento dei viaggi della disperazione. Chi ha bisogno di lavorare e chi ha bisogno di lavoratori continueranno a cercarsi; la differenza è se quell’incontro avverrà nella legalità oppure nel mercato criminale dei trafficanti.
La storia normativa degli ultimi quarant’anni racconta bene questa contraddizione. Dai vari “pacchetti sicurezza” e decreti emergenziali adottati da governi di diverso orientamento – dal sistema costruito con la legge Martelli del 1990, irrigidito dalla Bossi-Fini del 2002, fino ai più recenti decreti sicurezza e alle ripetute dichiarazioni di stato di emergenza sui flussi migratori – l’impianto delle politiche è rimasto sostanzialmente fondato su strumenti pensati oltre trent’anni fa. Parallelamente, lo Stato è stato costretto a intervenire ciclicamente con provvedimenti di sanatoria o emersione del lavoro irregolare: 1982, 1986, 1990, 1995, 1998, 2002 (in due diverse procedure), 2009, 2012 e 2020. Dieci regolarizzazioni in poco meno di quarant’anni, con una cadenza quasi “olimpica”, certificano non l’eccezionalità del fenomeno, ma il fallimento strutturale di un sistema che continua a produrre irregolarità mentre dichiara di volerla combattere.
Le politiche che rendono quasi impossibile l’ingresso regolare e, allo stesso tempo, accettano come inevitabile il moltiplicarsi delle morti in mare sono politiche autolesioniste prima ancora che ingiuste. Danneggiano l’economia, alimentano l’irregolarità e, soprattutto, minano la coscienza civile delle nostre comunità. Perché ogni volta che una strage viene archiviata come “effetto collaterale”, perdiamo un frammento della nostra capacità di indignarci.
Occorre invece tornare a chiamare le cose con il loro nome. L’immigrazione regolare non è una minaccia: è una necessità demografica ed economica, oltre che una responsabilità umanitaria. L’emergenza vera è l’assenza di politiche europee e nazionali lungimiranti, capaci di programmare ingressi legali, corridoi umanitari, sistemi di incontro tra domanda e offerta di lavoro e percorsi di integrazione seri. E anche quando gli strumenti ci sono (formazione all’estero e tirocini formativi in Italia, già previsti dalla legge come “extra-quote”) non vengono incentivati dalle regioni né promossi a sufficienza dalle organizzazioni di categoria.
La tragedia dei dispersi del ciclone Harry non può essere archiviata come l’ennesimo episodio lontano. È un richiamo severo alla nostra responsabilità collettiva. Le società si misurano non solo dalla capacità di difendere i propri confini, ma dalla capacità di difendere la dignità della vita umana. E quando il mare restituisce silenzi invece che nomi, il problema non è soltanto meteorologico: è politico, giuridico e, prima ancora, morale.