Idee
Aule di giustizia, commissioni parlamentari, Comuni. La storia della base Nato del monte Venda ha coinvolto ogni settore della vita pubblica, dalla stampa alla politica. E proprio la politica non ha mancato di far sentire la propria voce, perlomeno da quando si è iniziato a sapere sempre di più sulla pericolosità dell’esposizione al radon.
Ne abbiamo parlato con l’assessore regionale all’ambiente Elisa Venturini: «Già nel 2021, durante il mio mandato di consigliere, ho presentato una mozione in Consiglio regionale, affinché la Giunta chiedesse al Ministero della salute di riconoscere il nesso di causalità tra esposizione al radon e insorgenza di patologie diverse, tra cui anche quelle al polmone. Al momento sappiamo che il gas radioattivo fa ammalare quell’organo mentre non c’è ancora certezza sull’insorgenza di patologie che coinvolgono altre parti del corpo».
Nel 2024, la neo-assessore nella squadra di Alberto Stefani ha portato in Consiglio un’interrogazione, chiedendo alla Giunta azioni programmate per effettuare uno screening sanitario sia per i militari che per i civili che hanno lavorato al 1° Roc: «In seguito ad altre interrogazioni – anche della minoranza – sono stati stanziati prima 50 mila euro, poi 100 mila euro, per attuare queste procedure di monitoraggio – continua Venturini – La deliberazione della Giunta regionale 92 del 2025 ha infine approvato un protocollo sanitario di sorveglianza per i soggetti esposti al radon. Lo scorso settembre lo Spisal (il Servizio prevenzione igiene sicurezza ambienti di lavoro, ndr) ha dato avvio all’attività di sorveglianza sanitaria su 130 persone interessate dall’esposizione al radon. Come Consiglio regionale il nostro obiettivo è stato raggiunto, ma continuiamo a verificare l’andamento sia degli screening che delle zone interessate dalla presenza di questo gas in tutta la Regione».
Chiamate in causa più volte nel racconto della storia del 1° Roc, le istituzioni sanitarie hanno oggi più che mai voce in capitolo, come spiega il direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Azienda Ulss 6 Euganea, il dott. Luca Gino Sbrogiò: «Il Dipartimento ha incontrato i rappresentanti dell’associazione di ex militari circa due anni fa e da allora si sta occupando della situazione. Per il Ministero della difesa gli esposti, in quanto ex dipendenti, non rientravano più nell’ambito del loro protocollo di sorveglianza, ma si è ritenuto che dovessero essere presi in carico da qualcuno. È stata avviata quindi una riflessione tra Ulss 6 e Direzione regionale Prevenzione per chiarire i compiti dell’Ulss, individuare il protocollo sanitario da seguire e trovare le risorse necessarie. Con l’approvazione della Dgr ed è finalmente partita l’attività di sorveglianza sanitaria».
Sbrogiò sottolinea che sono state stanziate risorse idonee per svolgere il monitoraggio periodico e gli approfondimenti necessari presso l’azienda Ulss 6 di tutti gli ex esposti, anche se non tutti sono residenti in provincia di Padova: «La sorveglianza, definita in un protocollo dell’Istituto superiore di sanità, è fondamentale per identificare precocemente eventuali lesioni e intervenire –prosegue il dottore – I nomi degli esposti sono stati forniti dalla stessa associazione, ma il monitoraggio è su base volontaria».
Stando ai dati forniti da Assi, sono circa una quarantina i casi di decessi imputabili direttamente al lavoro in presenza di radon. Da cosa deriva questo numero in rapporto alle centinaia di militari che lavorarono nella base? «L’esposizione aumenta il rischio di contrarre tumori (in prima battuta ai polmoni), ma non tutti li sviluppano perché incidono anche altri fattori come il fumo o il sistema immunitario. Per altri tipi di malattie, invece, è più difficile dimostrare il nesso» conclude il dott. Sbrogiò.
La giustizia ha, dunque, chiuso l’affaire Venda. Gli ex militari sono stati inseriti in percorsi di screening e il rischio di vivere a contatto con il radon è monitorato da Regione e Comuni. Sembra di essere giunti a un epilogo nella storia della base del monte Venda. Ma la parola “fine” non è ancora stata scritta. Se nel 2021 sono stati completati gli ultimi sgomberi nell’ex sito militare, e nel 2023 l’ente Parco colli Euganei ha proposto l’idea di farne un’oasi naturalistica, la realtà è che tutto, al momento, è fermo. Cosa ne sarà allora di quel che rimane del 1° Roc?
È una delle tante pagine oscure legate all’abbattimento dell’aereo civile dove persero la vita 81 passeggeri. L’ipotesi è emersa in un’intervista al comico Enrico Bertolino che faceva il militare proprio lì, in quelle ore
Nel corso di 40 ani di attività, nella base Nato 1° Roc del monte Venda hanno lavorato centinaia di militari, impegnati nel controllo aereo sia civile che militare, nonché in operazioni di soccorso. Chiedendo oggi agli ex addetti, resta ben poco da scoprire di quel luogo un tempo brulicante di vita, radar e attrezzature, tutto sembra stato già detto e scritto.
Eppure c’è ancora qualcosa che suscita curiosità e un senso di irrisolto. Anzitutto è ignoto, al momento, il futuro della base stessa. E da qualche anno, in modo inaspettato, un noto personaggio dello spettacolo ha lanciato una strana storia che legherebbe la base alla strage di Ustica. Il condizionale è d’obbligo e tutto quanto stiamo per riportare va considerato con cautela, ma di certo va ad aggiungere un tassello a una storia già complicata.
Il 27 giugno 1980 alle 20.50 nel mar Tirreno meridionale un volo di linea della compagnia aerea Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo prima sparì dai radar, poi si spezzò, cadendo in mare. Morirono tutti gli 81 passeggeri, compreso l’equipaggio. Molte le ipotesi emerse negli anni, anche se la più accreditata sembra quella di un missile francese partito per sbaglio con l’intenzione di colpire un aereo libico.
Tornando alla base 1° Roc, il collegamento con Ustica riaffiora dalle parole del comico Enrico Bertolino nel corso del programma “La confessione” condotto da Peter Gomez. A distanza di 43 anni, nel 2023, Bertolino ricorda: «Quando accadde la strage di Ustica, io stavo facendo il militare in una base Nato (sul Venda come lui stesso ha spiegato nel corso della puntata, ndg): quella notte ci mandarono tutti via, ma il perché lo scoprii solo due giorni dopo. A un certo punto hanno detto: “Basta, basta, stasera siamo a posto, si deve fare un’esercitazione”. Siamo andati tutti a dormire e per noi era una festa. Poi ho saputo due giorni dopo cosa era successo. Un po’ di inquietudine c’è…».
Vero? Falso? O semplicemente si tratta di un ricordo distorto dal tempo? Nel corso della lunga intervista realizzata lo scorso dicembre a Giovanni Amato, che per molti anni lavorò nella base, abbiamo provato a sondare se possa esserci qualcosa di plausibile. Ma la risposta è negativa. Se davvero l’aeronautica avesse saputo che ci sarebbe stato il lancio di questo missile – è il senso del ragionamento dell’ex militare – e tutti fossero stati allontanati dal luogo di lavoro, come mai in tanti anni nessuno avrebbe portato alla luce questo fatto?