Fatti
Alla ricerca di un equilibrio, in una situazione che già ora appare instabile ma che, secondo alcuni, potrebbe presto diventare insostenibile. Appare così la situazione delle Rsa, le residenze sanitarie assistenziali, strutture che accolgono persone anziane non autosufficienti, adulti con disabilità e altre persone che hanno bisogno di assistenza medica e infermieristica continuativa.
Circa 35 mila posti in Veneto, 27 mila dei quali parzialmente coperti dalle quote regionali, 347 strutture accreditate, una lista d’attesa che comprende diecimila persone, anche se non tutte effettivamente in attesa di un posto urgentemente. Un equilibrio tra qualità dei servizi offerti, difficoltà nella ricerca di personale qualificato, attesa per un posto quando se ne presenta, spesso improvvisamente, la necessità, e i costi. Che crescono e che sono a volte insostenibili, per le famiglie delle persone ospitate nelle residenze. Ma diventano un problema anche per le amministrazioni comunali come segnalato dalla consigliera regionale Rossella Cendron, perché i Comuni, come prevede la legge nazionale, devono farsi carico di una parte delle spese quando un suo cittadino non copre per intero la quota prevista.
Diversi gli aspetti dei problemi che ci sono e che interesseranno una parte crescente della popolazione, che tende gradualmente a invecchiare facendo aumentare anche i bisogni di assistenza. Manca invece un tavolo attorno al quale far sedere quanti, con contributi diversi, possono individuare una soluzione che non potrà che essere condivisa: «Il tema del costo delle rette per le persone assistite c’è, ma bisogna sempre tener conto da quale punto di vista lo si prende in considerazione», premette Fabio Toso, direttore generale dell’Oic-Opera Immacolata Concezione che parla anche a nome di Uneba, la rete nazionale degli enti, delle fondazioni, delle associazioni e delle imprese sociali che operano nell’assistenza socio sanitaria in particolare a persone anziane e che ospita nelle sue strutture circa il 40 per cento degli anziani non autosufficienti. «Noi come Uneba, che riunisce enti no profit, ricerchiamo e garantiamo una gestione economicamente equilibrata a fronte di un servizio di qualità. Che per noi significa assistenza corretta, alimentazione equilibrata, ambienti belli, personale formato e qualificato che oggi dobbiamo reperire con costi aggiuntivi perché siamo costretti a cercarlo all’estero. Il nostro lavoro non cerca margini economici, ma dobbiamo garantire una gestione economica equilibrata».
Toso evidenzia come il costo delle rette sia dovuto per circa il 65 per cento dal costo del personale, che dopo il rinnovo contrattuale di inizio 2025 percepisce retribuzioni pari a quelle di altri addetti del settore servizi, e per la parte restante dai costi di energia e altri servizi: «La situazione negli ultimi tre anni è peggiorata per l’inflazione – ora più stabile ma che ha avuto una crescita notevole – per l’esplosione del prezzo dell’energia a partire dal 2022, per l’accordo per una corretta retribuzione. Come detto, oggi siamo di fronte alle spese aggiuntive per il personale che dobbiamo reperire all’estero e al quale dobbiamo garantire formazione e case».
Un allarme sul tema delle rette nelle Rsa lo ha lanciato, come visto, anche la consigliera regionale Rossella Cendron, già sindaca di Silea, che facendo frutto dell’esperienza da amministratore locale ha presentato un’interrogazione a risposta scritta alla Giunta per chiedere una soluzione urgente per quella che lei definisce “bomba socio-economica”: «Le rette delle Rsa sono un problema anche per i Comuni – avverte la neo-consigliera del gruppo Le Civiche venete – che rappresentano l’ultimo livello di sussidiarietà, ma che rischiano il collasso finanziario perché sulle casse comunali ricade la differenza tra quota sanitaria e quota alberghiera quando non se ne fanno carico le famiglie».
Due recenti sentenze, una del Tar del Veneto che ha condannato il Comune di Rovigo a pagare 520 mila euro, l’altra del Consiglio di Stato che obbliga il Comune di Maser a saldare la quota di 8.500 euro l’anno per un suo residente ricoverato in Rsa, confermano l’orientamento giurisprudenziale che rischia di mandare in dissesto i bilanci dei Comuni veneti, specialmente di medie e piccole dimensioni. «Ci sono famiglie che non possono pagare la parte di retta che spetta loro e vanno aiutate – sottolinea Rossella Cendron – e casi in cui invece si fa di tutto per ridurre l’Isee della persona assistita. Già l’Anci ha chiesto che sia rivisto il sistema Isee, che non riflette fedelmente la reale capacità economica e patrimoniale dei richiedenti, e che vengano responsabilizzati anche i parenti più prossimi. Altrimenti i Comuni piccoli ma anche quelli più grandi rischiano la bancarotta o sono costretti a dirottare su questa voce tutti i contributi sociali, tagliando ogni altra spesa per le casistiche sociali locali».
Sempre meno infermieri e operatori socio-sanitari nella nostra Regione e servizi a rischio di continuità nelle strutture, in particolare quelle per anziani. Un problema strutturale secondo Uripa, l’Unione regionale istituzioni e iniziative pubbliche e private di assistenza. In Veneto il sistema formativo continua ad attivare corsi ma le aule non si riempiono più e le persone in formazione sono sempre più adulte. «Non siamo di fronte a un problema organizzativo o di qualità della formazione – spiega Roberto Volpe, presidente di Uripa – ma il risultato di un cambiamento demografico, che si accompagna a un cambiamento sociale e culturale. I corsi ci sono, ma mancano i candidati, soprattutto giovani. A fronte di 30 posti disponibili per ciascun corso, la media effettiva è oggi di circa 22 allievi. Nei 22 corsi attivati nell’ultimo semestre erano disponibili 660 posti e se ne sono occupati 487. Un numero che non garantisce nemmeno il turnover annuale delle sole Rsa».