Idee
La tentazione è stata forte: pubblicare in questo spazio, al posto di queste consuete, povere, righe, la lettera che il priore generale della Congregazione Camaldolese dell’ordine di san Benedetto ha inviato a priori, vicepriori, responsabili e maestri del suo ordine qualche giorno fa. Dom Matteo Ferrari – credo che in molti abbiano presente il suo volto – scrive dall’eremo di Camaldoli, meta di visite, cammini, pellegrinaggi da tutta Italia e non solo, e scrive da monaco a monaco, raggiungendo le persone che rivestono un ruolo di responsabilità nel cammino formativo e nella formazione dei professi semplici e solenni. Ma – come spesso accade – accosta l’una all’altra parole che dicono molto anche a chi, come noi, vive nel turbine del secolo. E lo è, certamente, perché il tema sono i social e le piattaforme di streaming online: strumenti sconosciuti fino a dieci, quindici anni fa, e oggi pane quotidiano anche per chi ha superato abbondantemente i 50 o i 60.
Dom Matteo ricorda come san Romualdo nella Piccola regola inviti i monaci a vivere la cella come il «Paradiso. Scordati del mondo e gettalo dietro le spalle». E quindi si chiede: è possibile vivere queste parole «senza nessuna attenzione ai social e a internet, con tutto ciò che comporta? La cella, da crogiolo di ascolto, preghiera e vita di sapienza, può trasformarsi in un luogo di dispersione, di perdita di tempo, di fuga da se stessi e dalle proprie tensioni interiori?».
Ma c’è un passaggio in cui il priore è ancora più netto: «Netflix e altre piattaforme di streaming online, così come social come Instagram e Tik Tok, pensate appositamente per dare dipendenza, penso siano da evitare assolutamente, anche per una questione di sobrietà e povertà».
A una prima lettura, forse, possono apparire frasi fuori dal tempo, inattuabili: questi nuovi mezzi sono oramai parte di noi – anche se con gradazioni diverse: per i più giovani sono vere e proprie vie per conoscere se stessi, gli altri e anche Dio – l’idea di chiuderli a chiave, assieme al nostro smartphone, sembra non reggere.
Ma il punto non è questo. È imparare un utilizzo consapevole, che non releghi in secondo piano la nostra relazionalità e il buon utilizzo del nostro tempo.
Viaggiando in treno sulla tratta che ogni mattina mi porta in redazione, l’impressione è quella di sedere tra zombie. Non tutti e non sempre, i libri cartacei non sono così rari e spesso le persone stanno davanti a uno schermo per lavoro, ma in molti scrollano reel (brevi video) o seguono serie con un aspetto da anestetizzati. I sintomi della dipendenza sono chiarissimi: social e piattaforme fingono da anestetici attraverso i quali si cerca una gratificazione immediata che consenta di non affrontare noi stessi, le nostre «tensioni interiori» appunto, i problemi come anche i desideri.
Di quella cella da cui lasciar fuori il mondo abbiamo bisogno anche noi laici: un tempo e un luogo personali, di silenzio, di ascolto di noi stessi, anche di attività che ci gratifichino – ma a contatto con gli altri e con la natura – per nutrire il cammino e assolvere con più energia e leggerezza alle nostre responsabilità. Il circolo vizioso è in agguato: lavorare duro, dedicarsi alla famiglia, far fronte alle incombenze di ogni giorno e poi, sfatti, cedere alla “divanofelicità” (uno dei più felici neologismi bergogliani) obnubilati da social o piattaforme. Scoprendo poi di riemergerne ancora più stanchi di prima.
«Non si deve demonizzare questi strumenti – scrive dom Ferrari – non si può ignorare che essi plasmano il nostro mondo di entrare in relazione con il mondo, con noi stessi e anche con Dio». Se il monaco delinea una serie di possibili indicazioni a seconda della fase del cammino formativo, sta a noi costruire una piccola regola di vita, con l’obiettivo di “liberare” il tempo da incombenze e seccature e noi stessi da queste reti sociali che pur sempre reti rimangono.
Siamo alla vigilia della Quaresima, tempo in cui sobrietà e povertà sono atteggiamenti che acquistano nuovo senso. È possibile applicarli al nostro rapporto con le tecnologie, perché siamo noi a governarle e non viceversa.