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Oggi, smartphone, droni e propaganda social sono strumenti imprescindibili per ogni esercito, ma impensabili a inizio Novecento. Eppure, anche durante la Grande guerra — che sull’Altopiano dei Sette Comuni infuriò per 41 mesi ininterrotti — comunicare era vitale: se oggi usiamo i satelliti, allora ci si affidava a cartoline, volantini, suoni e colombi viaggiatori capaci di superare le trincee nemiche. Ma di tutto questo si conosce davvero poco. Perciò, proprio con l’obiettivo di approfondire questi aspetti della storia veneta, è nato in seno al MeVe, il Memoriale veneto Grande guerra, di Montebelluna e ai Musei storici della Regione Veneto il progetto “Comunicare in guerra”, una mostra itinerante che fino al 2026 coinvolgerà otto musei regionali che approfondiranno tematiche specifiche.
Tra questi anche il museo del Risorgimento e dell’età contemporanea di Padova che espone la mostra “La propaganda del prestito nazionale” visitabile sino al 28 giugno. Il cuore dell’allestimento sono documenti, cartoline illustrate e cartelloni colorati che all’epoca furono capaci di indurre le famiglie dei soldati a donare i propri risparmi alla Patria per finanziare l’impresa bellica che costò la vita a migliaia di giovani italiani. La campagna per i prestiti nazionali iniziò con toni dimessi, ma proseguì a ritmo sempre più serrato, assumendo una dimensione di massa e suscitando negli italiani un forte sentimento di partecipazione e di solidarietà verso i combattenti. Per la realizzazione delle cartoline vennero reclutati i migliori artisti e illustratori del tempo
«La storia della Grande guerra è complessa ma legata indissolubilmente all’Altopiano dei Sette comuni – ricorda Vittorio Magnabosco, responsabile del museo della Prima guerra mondiale a Canove di Roana, altro sito importante del progetto MeVe – tanto che il suolo è un sacrario a cielo aperto in cui contiamo più di 80 mila anime rimaste insepolte tra i boschi».
Lo storico museo di Canove per questa iniziativa ospita la mostra “Echi, suoni e luci della Grande guerra” esponendo del materiale del tutto nuovo.
«La propaganda militare e civile – spiega Magnabosco – è stata una delle più grandi armi anche della Prima guerra mondiale: la comunicazione di massa era forse più efficace dei cannoni e delle armi. Dobbiamo ricordare che la maggior parte delle persone era analfabeta, quindi le illustrazioni dei giornali, per esempio, erano molto importanti per veicolare i messaggi di propaganda. Tra le montagne abbiamo ritrovato anche un tubo metallico corroso con una cinquantina di volantini scritti in diverse lingue, e destinati ai soldati nemici nelle trincee. L’obiettivo era demotivarli dando loro false informazioni sull’andamento delle battaglie».
In esposizione non mancano i telegrafi, i primi telefoni, gli specchi oleografici per le segnalazioni a distanza e molti strumenti di segnalazione come bandiere per il puntamento di tiro delle artiglierie e pistole lanciarazzi. In lontananza la comunicazione avveniva attraverso i suoni prodotti da fischietti per l’assalto, trombe, bugles che servivano per dare la carica ai soldati. «Si tratta di strumenti segnalatori – commenta ancora Magnabosco – molto importanti per i militari che si trovavano dentro le trincee. Tra questi anche il sonaglio o raganella, un dispositivo di allarme utilizzato per avvisare le truppe dell’arrivo di gas tossici».
Molto interessante da scoprire in questa mostra anche il ruolo eroico dei piccioni viaggiatori in questa triste pagina di storia. «Si tratta di un allestimento innovativo e ricco di curiosità – sottolinea Magnabosco – che credo sia di grande interesse sia per gli adulti sia per i bambini».
Per informazioni sul progetto “Comunicare in guerra”: memorialegrandeguerra.it