Storie
In questo momento da qualche parte in una sperduta cittadina del Roraima brasiliano c’è una vecchia suora che aspetta un passaggio in auto per raggiungere le comunità rurali, dove la attendono da mesi. In questo momento, da qualche parte in mezzo alle stradine della città in lamiera, costruita dai rifugiati venezuelani nei dintorni di Pacaraima, c’è una giovanissima mamma che sta allattando sua figlia. E a ore e ore di viaggio, nell’Araguaia, c’è una vecchia casa con un povero letto tra quattro mura in croce e lì dormiva un vescovo.
Io sono Giorgio Romagnoni, collaboro con il Centro missionario diocesano di Padova e insieme al responsabile, don Raffaele Coccato, ho fatto un viaggio che ha unito queste tre storie per andare a visitare i missionari della Diocesi di Padova in quel Paese che è grande come un continente intero: il Brasile.
I primi giorni li abbiamo passati a Manaus, dove ancora si ricorda con affetto don Ruggero Ruvoletto, prete della Diocesi di Padova ucciso nel 2009. Ci ha accolto una città enorme, porta della splendida Amazzonia, insanguinata dal narcotraffico e nostro punto di approdo verso Caracaraí. È lì che una domenica mattina sono montato in auto con don Mario Gamba e con suor Graça, una piccola religiosa bahiana. Dovevamo raggiungere una minuscola comunità di persone che non ricevevano una visita da parte dei missionari da molti mesi: in un territorio vasto come quello, con strade in terra battuta, magari allagate nel periodo delle piogge, distese sterminate di pascoli o di foresta, ci vuole tempo prima di poter tornare in visita in luoghi così distanti dall’unica strada federale asfaltata.








Ho percepito subito un certo entusiasmo da parte di questa vecchia suorina, ma mi ci è voluto una messa, un pranzo e almeno tre visite pomeridiane a singole famiglie, sperdute in mezzo al nulla, prima di rendermi conto che in auto con noi viaggiava una “curandera”. È una figura mitica della cultura brasiliana di Bahia e si presta bene per le avventure alla Corto Maltese. Depositarie di una sapienza popolare afro-discendente, tramandata di madre in figlia, queste donne sono in grado di dare un’assistenza sanitaria consigliando infusi, impacchi, diete o terapie a base di erbe medicinali o fanghi. Nella sua Pedagogia della speranza Paulo Freire ne parla aggiungendo che la scientificità di questa cultura popolare è stata poi confermata dagli studi farmaceutici delle università brasiliane. Così ho scoperto che quella visita pastorale era anche una visita sanitaria; sono stato testimone di una Chiesa piccola, umile e fragile e quelle scene di suor Graça piegata sulle ferite della gente hanno curato un po’ anche me.
Poi siamo stati al Nord, al confine tra Brasile e Venezuela, dove don Mattia Bezze sostiene le comunità indigene e i tanti rifugiati che da anni arrivano in fuga dai mali di Caracas. Qui in Italia ci siamo accorti per cinque minuti di quel Paese meraviglioso, ma solo perché un atto di pirateria internazionale ha tentato di risolverne i problemi con il sequestro del suo dittatore, Maduro.
N., che ha 19 anni e una bella bimba da crescere, è lì da quattro anni e attende notizie per tornare un giorno a casa, ma forse ora attende ancora di più un pacco di pannolini o del cibo liofilizzato. Non riuscivo a guardarla negli occhi durante la nostra visita tra quelle case costruite con quattro mattoni e due lamiere. N. è bellissima, ma quel suo sguardo e le sue parole mi trasmettevano una dignità e un desiderio di vita piena, che io devo ancora imparare anche se ho il doppio dei suoi anni.
Ho portato nel cuore quel viso nel lungo viaggio per raggiungere dom Lucio Nicoletto, anche lui originario della Diocesi di Padova, da poco più di un anno vescovo a São Félix do Araguaia. Lì la gente, spesso discendenti di veneti, ha distrutto l’Amazzonia per farne un campo di soia. Ma in mezzo alla devastazione dell’agrobusiness, splende la luce di comunità di persone, eredi di dom Pedro Casaldàliga. Vescovo della “teologia della liberazione”, questo sacerdote spagnolo ha vissuto con una sobrietà e un’eleganza estrema in mezzo al suo popolo povero, denunciando lo strapotere dei fazenderos, difendendo i popoli indigeni e chi era ridotto in schiavitù nei campi di lavoro della sua Diocesi. Casaldàliga è morto nel 2020, ma il suo impegno accanto agli ultimi mi ha scosso profondamente. Cercate le sue poesie: sono un grido assetato di giustizia che domanda anche a noi la missione di riscoprire presto un cristianesimo sociale, piegato in due verso le persone oppresse, prestando ascolto, mettendosi in gioco, consci dei propri gravi limiti, gustandosi il bello di incontrare negli altri il sorprendente e l’inatteso.
Sì, in Brasile tra i nostri missionari ho conosciuto suor Graça, N. e dom Pedro e mi sono sentito minuscolo e pieno di grazie per quanto sono belli gli altri.
Dopo tre mesi dal Brasile sono a Padova. Aspetto un amico da 45 minuti. Quando arriva lo accolgo sbuffando come una moka sul fuoco. Con lui c’è un’amica che ha vissuto otto anni a Brasilia. Parliamo del viaggio e alla fine ci diciamo: se fossi brasiliano avrei passato quell’attesa ascoltando musica e chiacchierando con i passanti. Forse voglio essere un po’ più brasiliano qui e ora.
Ogni anno, per Natale, Giorgio Romagnoni regala un fumetto; nel 2025 l’ha fatto per sostenere i progetti dei missionari fidei donum della Diocesi di Padova in Brasile; info su ilproblemadeglialtri.it
Per un podcast con i volontari di Popoli Insieme ha registrato un dialogo con don Mattia Bezze, missionario padovano, a proposito dei rifugiati venezuelani a Pacaraima:
https://t.me/ipodcastdipopolinsieme/245
Si può seguire Giorgio Romagnoni su Instagram.