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Declino economico? Servono le competenze. Ma per avere il quadro della situazione serve il giornalismo
Ma per avere il quadro della situazione serve il giornalismo
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La comparsa degli houthi yemeniti sulla scena internazionale ha tutta l’aria dell’ultimo, improvviso shock di un quadro geopolitico sempre più in ebollizione. Il loro passaggio all’azione nel Mar Rosso ha già provocato il trasferimento dell’85 per cento delle navi container della rotta Rotterdam-Shangai (una delle principali per il commercio mondiale) dallo stretto di Suez alla circumnavigazione dell’Africa, con il raddoppio dei costi che alla fine ricadrà come sempre sui contribuenti. Da quattro anni a oggi abbiamo assistito prima all’esplosione del Covid; poi all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia; quindi alla crisi energetica per la dipendenza europea dal gas di Mosca; a questa è seguita la crisi delle materie prime (ancora non risolta); il 7 ottobre scorso, Hamas ha portato un attacco senza precedenti a Israele, l’Iran è tornato a fare la voce grossa come potenza regionale (per soffocare un anno di rivolta sociale interna?). E adesso eccoci agli houthi che, come alleati degli ayatollah minacciano di nuovo il commercio globale. Abbiamo come la sensazione di avere di fronte a noi un puzzle di cui scorgiamo però una sola tessera alla volta. Siamo super-informati sul singolo evento, ma non riusciamo mai a padroneggiare il quadro completo, farci un’idea sui “futuri” possibili o probabili e quindi agire di conseguenza. Si tratta di un enorme problema per il singolo cittadino, lo è di più per la classe dirigente, che a sua volta dà l’idea di seguire gli eventi, senza riuscire a governarli in virtù di una visione del mondo e di una serie di dati che indicano le tendenze. Non c’è dubbio, in questo Paese abbiamo un problema con l’informazione. Il giornalismo è rarefatto: con le dovute eccezioni si accontenta della cronaca, senza studiare il contesto per restituirlo ai cittadini. Dopo il mea culpa professionale però occorre anche dire che sono gli stessi cittadini a non dimostrare fame di informazione. La vita appare già abbastanza complessa, le corse non consentono più di fermarsi almeno mezz’ora e leggere due o tre articoli. Solo social (un po’ di radio in macchina e distratta tv finché si è ai fornelli), tutta roba che entra da un orecchio ed esce dall’altro. Così siamo tutti con il fiato sospeso per capire se i nuovi attacchi ai giganti del mare impediranno all’inflazione di scendere e se la Banca centrale europea sarà costretta a mantenere i tassi alti ancora a lungo, con chissà quali effetti su mutui e investimenti. Tutto questo avviene mentre il gotha dell’economia mondiale è riunito tra le nevi svizzere di Davos, dove lunedì scorso l’ong britannica Oxfam ha presentato il suo ultimo report. Dati da brividi per l’Italia. A fine 2022 il patrimonio dell’1 per cento più ricco della popolazione valeva 84 volte quello del 20 per cento più povero di connazionali, la cui ricchezza nell’arco di un solo anno (2021- 2022) si è quasi dimezzata. Nel Belpaese, la forbice tra ricchi e poveri continua ad allargarsi. Dall’inizio della pandemia allo scorso mese di novembre il numero dei miliardari italiani è aumentato di 27 unità (da 36 a 63) e il valore dei patrimoni miliardari è aumentato del 46 per cento. E per rimanere ai miliardari, il rapporto ricorda come, in termini reali, i cinque uomini più ricchi del pianeta (Elon Musk, Bernard Arnault, Jeff Bezos, Larry Ellison e Warren Buffett), sempre tra 2021 e 2022, hanno visto crescere il proprio patrimonio da 405 a 869 miliardi (più 114 per cento), a un ritmo di 14 milioni all’ora. L’Italia è in pieno declino economico da trent’anni. Tre decenni nei quali i redditi degli statunitensi hanno doppiato quelli degli italiani, come ha scritto Federico Fubini sul Corriere della sera nei giorni scorsi. La nostra economia nel 1995 valeva il 17 per cento dell’Europa a 27, oggi vale il 12 per cento, nello stesso lasso di tempo la Francia ha mantenuto inalterata la sua quota. Di tutto questo, tuttavia, la politica non parla e i giornali poco. Eppure nel Paese le competenze ci sono, come pure il senso di responsabilità. Occorre semmai scovare vocazioni al bene comune, impegnarsi (come chiesa e sociale) nella formazione e risalire la china prima che diventi irreversibile.