Chiesa
“Viviamo in un mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza”. Inizia con questa lucida e drammatica presa d’atto l’accorato appello “Cristiani per l’Europa”, diffuso dalle conferenze episcopali continentali. Il documento, intitolato “La forza della speranza” e diffuso a Roma il 13 febbraio 2026, si propone come un faro in un momento in cui tanti cittadini si scoprono “angosciati e disorientati”.
A firmare questo patto di rinnovato impegno sono i vertici di quattro episcopati centrali per la vita del Continente: il cardinale Matteo Maria Zuppi (presidente della Conferenza Episcopale Italiana), il cardinale Jean-Marc Aveline (Francia), monsignor Georg Bätzing (Germania) e monsignor Tadeusz Wojda (Polonia).
La minaccia all’ordine internazionale impone all’Europa di “riscoprire la sua anima per poter offrire al mondo intero il suo indispensabile apporto al ‘bene comune'”. I vescovi richiamano alla memoria le radici profonde: il cristianesimo, innestandosi sulle civiltà ellenistica e romana, “è stato uno dei fondamenti essenziali” e ha “plasmato in larga misura il volto di un’Europa umanista, solidale e aperta al mondo”.
Oggi, in un’Europa definita “pluralistica” e densa di “diversità linguistiche”, sebbene i cristiani siano “meno numerosi, ciò non impedisce loro di tornare, con coraggio e perseveranza, al fondamento della loro speranza”. Questa spinta vitale raccoglie direttamente l’invito di Papa Leone XIV, che a conclusione del Giubileo della Speranza ha indicato la rotta:
“È bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme!”.
I presidenti delle Conferenze Episcopali hanno fatto proprio questo invito, auspicando che si apra per le Chiese “l’inizio della speranza”.
Le voci dei Padri Fondatori: un monito contro il nazionalismo
Il cuore dell’appello è un vigoroso ritorno alle fonti, a quella generazione di laici cattolici che, all’indomani di una guerra devastante e dello “sterminio di milioni di persone”, si adoperò per concepire l’Europa “come una casa comune”, un baluardo di pace e uguaglianza, contribuendo anche alla “creazione delle Nazioni Unite”.
Il testo trabocca letteralmente delle parole profetiche dei padri fondatori – Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi – ricordando, con le parole di San Giovanni Paolo II, il motore intimo della loro azione:
“Poiché amavano Cristo, amavano anche l’umanità e si impegnarono per unirla”.
I vescovi citano saggiamente i redattori della Dichiarazione CECA, che già avvertivano: “L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto”.
Risuona poi, forte e chiaro, il discorso pronunciato da Konrad Adenauer il 25 marzo 1957 per i trattati istitutivi della CEE e CEEA, un passaggio che sembra scritto per l’oggi:
“Sappiamo quanto sia grave la nostra situazione, che può trovare una soluzione soltanto con l’unificazione dell’Europa; sappiamo anche che i nostri progetti non sono egoistici, ma mirano a promuovere il benessere del mondo intero. […] Il nostro obiettivo è collaborare con tutti per promuovere il progresso nella pace”.
Ma è soprattutto sul rischio mortale dei totalitarismi che i vescovi alzano la voce, ricordando che i nazionalismi perseguono “obiettivi egemonici, il cui esito non può essere che la guerra”. A tale proposito, l’appello riprende le durissime e inequivocabili parole di Alcide De Gasperi:
“Il nazionalismo esacerbato è una forma di idolatria: colloca la nazione al posto di Dio e contro l’umanità. […] L’Europa unita non è nata contro le patrie, ma contro i nazionalismi che le hanno distrutte”.
Non solo un mercato: la scelta della solidarietà
Alla luce di questi insegnamenti, il monito dei presidenti episcopali è netto: l’Europa non può ridursi a un mero “mercato economico e finanziario, pena il tradimento della visione iniziale”. Al contrario, rifiutando “le logiche esclusiviste dell’isolazionismo e della violenza”, essa deve sempre ricercare la “risoluzione sovranazionale dei conflitti” e farsi costruttrice di pace e riconciliazione.
Di fronte al morire di un vecchio quadro internazionale, e nonostante i “numerosi movimenti euroscettici”, l’appello nota come “gli europei si sono riavvicinati gli uni agli altri, soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina”.
A suggello di questa visione comunitaria, il testo recupera un meraviglioso passaggio del discorso che Papa Francesco tenne per il conferimento del Premio Carlo Magno nel 2016. Il Pontefice ricordava come dalle ceneri della guerra sorse “una novità senza precedenti”:
“Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune”.
La Chiesa, aggiungeva Papa Francesco, deve contribuire a questa rinascita attraverso “l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo”.
Il mondo, oggi, “ha bisogno dell’Europa”. E in questo orizzonte i cristiani devono rimettersi in gioco, animati dalle parole di Robert Schuman: “Vissuta come impegno disinteressato al servizio della città, al servizio dell’uomo, la politica può diventare un impegno d’amore verso il proprio simile”. Una chiamata urgente, per tornare a “condividere con tutti gli abitanti del continente europeo la loro speranza di una fraternità universale”.