Chiesa
“Me ne vado portando con me un tesoro inestimabile di fede e di speranza! E’ un tesoro grande, pieno di storie, volti e testimonianze, di gioie e sofferenza, che ha arricchito la mia vita e il mio ministero come successore di Pietro”. E’ colmo di accenti personali il congedo di Leone XIV al termine del suo terzo viaggio apostolico internazionale, che ha toccato quattro Paesi – Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – e annoverato venticinque discorsi, pronunciati in quattro lingue diverse.
Ad accoglierlo in ogni tappa – a cominciare da quella in cui ha calpestato la terra solcata da Sant’Agostino nell’antica Ippona – un popolo giovane e straripante di gioia, espressa nei canti e nei balli con le variopinte coreografie tipiche delle diverse tradizioni che compongono il “mosaico” del continente.
Un popolo, quello africano, che non si è scoraggiato neanche di fronte alla pioggia incessante che ha bagnato l’ultima tappa, in Guinea Equatoriale, destinata a rimanere nella storia anche per la prima visita in un carcere – la prigione di Bata – da quando Leone è salito al soglio di Pietro.
“E come nei primi secoli, l’Africa è chiamata a contribuire in modo significativo alla santità e al carattere missionario del popolo cristiano”,
la consegna finale del Papa al termine dell’ultima messa, nello stadio di Malabo, in cui ha affidato all’intercessione di Maria le famiglie, le comunità e tutto il popolo africano”.
“Grazie a tutti voi, popolo di Dio e pellegrino in questa terra!”. l’esordio del saluto in spagnolo. “Cristo è la luce della Guinea Equatoriale, e voi siete il sale della terra e la luce del mondo”, ha proseguito Leone XIV ringraziando le autorità religiose e civili e “tutti coloro che in vario modo hanno contribuito al successo della mia visita”, prima di inviare il messaggio rivolto all’intero continente, in cui in undici giorni di viaggio ha fatto risuonare con forza parole come pace, riconciliazione, dignità, giustizia, solidarietà, speranza, libertà, chiedendo agli africani di diventare artigiani del proprio destino, contrastando gli istinti predatori nei confronti delle loro tante ricchezze e scongiurando, sul versante interno, le tentazioni della corruzione e delle derive autoritarie.
Davanti a tutte le nostre possibili chiusure, “è l’amore del Signore a sostenere il nostro impegno, soprattutto a servizio della giustizia e della solidarietà”,
il tema dell’omelia dallo stadio di Malabo, in cui il Papa si è congedato dal popolo di fronte a sè incoraggiandolo a “continuare nella gioia la missione dei primi discepoli di Gesù”. “Leggendo insieme il Vangelo, siatene appassionati annunciatori”, l’indicazione di rotta: “Celebrando insieme l’Eucaristia, testimoniate con la vita la fede che salva, affinché la parola di Dio diventi pane buono per tutti!”.
“Con la compagnia del Signore, i nostri problemi non scompaiono, ma vengono illuminati”,
ha garantito Leone: “come ogni croce trova redenzione in Gesù, così nel Vangelo il racconto della nostra vita trova senso”. “Egli ci ama per primo, sempre”, ha proseguito: “la sua parola è per noi Vangelo, e nulla abbiamo di meglio da annunciare nel mondo. Questa evangelizzazione ci coinvolge tutti a cominciare dal battesimo, che è sacramento di fraternità, lavacro di perdono e fonte di speranza. Attraverso la nostra testimonianza, l’annuncio della salvezza si fa gesto, si fa servizio, si fa perdono: in una parola, si fa Chiesa”. “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”, la citazione di Papa Francesco. “Quando condividiamo questa gioia – ha commentato il Pontefice con le parole del suo predecessore – avvertiamo ancor meglio il rischio di una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata.
Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore”.
Il cammino da compiere è quello dell’esodo definitivo, la Pasqua di Gesù, grazie alla quale
“ogni popolo viene liberato dalla schiavitù del male”.
“Il Signore ci chiama a una scelta decisiva: ‘Chi crede ha la vita eterna’”, il commento al brano evangelico: “In Gesù ci è donata una possibilità sorprendente: Dio dà sé stesso per noi. Mi fido che il suo amore è più forte della mia morte? Decidendo di credergli, ciascuno di noi sceglie tra una disperazione certa e una speranza che Dio rende possibile. Allora la nostra fame di vita e di giustizia trova ristoro nella parola di Gesù: ‘Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo’”.
“Cristo per noi è tutto!”,
ha esclamato Leone XIV: “In lui troviamo pienezza di vita e di senso: ‘Se sei oppresso dall’iniquità, egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, egli è la forza; se temi la morte, egli è la vita; se desideri il cielo, egli è la via; se sei nelle tenebre, egli è la luce’”, la citazione di S. Ambrogio.