Fatti
Lo scorso 2 febbraio, il card. Mario Zenari, ha lasciato la nunziatura apostolica a Damasco, chiudendo, di fatto, una delle missioni diplomatiche più difficili della Santa Sede in Medio Oriente.
Dopo 18 anni, il card. Mario Zenari, ripercorre al Sir le tappe della sua missione in Siria, attraversata da guerra, distruzioni e mutamenti politici. Tra i volti delle vittime, il ricordo dei pastori e degli amici scomparsi – come padre Paolo Dall’Oglio – e l’impegno della Chiesa accanto alla popolazione, anche attraverso progetti come “Ospedali aperti” promosso con Fondazione Avsi, emerge l’appello a ricostruire il Paese puntando su sviluppo, unità e riconciliazione. Una Siria “martoriata”, come ripeteva Papa Francesco, ma ancora capace di custodire nel cuore il desiderio di pace e di convivenza.
Eminenza, lei è arrivato in Siria nel 2008. Ha vissuto gli anni della guerra civile fino all’ultima svolta politica. C’è un volto, un episodio che riassume meglio questi diciassette anni a Damasco?
Ho avuto l’occasione di vivere tre periodi molto distinti della storia contemporanea della Siria. Diciassette anni fa, quando sono arrivato, era la Siria di due anni prima della guerra. Poi sono venuti quattordici anni di un conflitto molto cruento. Infine, da un anno, una nuova fase. La Siria che ho lasciato dieci giorni fa non è la Siria che ho visto arrivando.
Quando mi chiede dei volti, ne porto diversi nel cuore. I volti di bambini sofferenti, con gli arti amputati dalle schegge, che ho visitato negli ospedali di Damasco. Porto i nomi di persone scomparse: i due metropoliti ortodossi di Aleppo, Yohanna Ibrahim e Bulos Yazigi, rispettivamente siriaco-ortodosso e greco-ortodosso: il nostro carissimo padre Paolo Dall’Oglio, altri sacerdoti, tante persone di cui sono ancora in contatto con le famiglie.
Questo porto nel cuore. Sono partito con valigie cariche, ma il carico delle emozioni è molto più pesante di quello dei bagagli.
Lei ha spesso parlato di una Siria “martoriata” per citare Papa Francesco, colpita non solo dalle bombe ma anche da una “guerra economica” armata di sanzioni, inflazione, mancanza di prospettive. Con il cambio di leadership vede segnali concreti di cambiamento? E come dovrebbe muoversi la comunità internazionale?
Ho lasciato una Siria ancora distrutta e umiliata. L’umiliazione pesa molto.
C’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi mezzo vuoto. Il lato che fa sperare è il sostegno politico, e in parte economico, della comunità internazionale. Si sostiene il nuovo corso anche perché l’alternativa sarebbe il caos. Lo si è visto dall’accoglienza riservata al nuovo presidente alle Nazioni Unite e negli incontri con vari capi di Stato. L’altro lato è una Siria distrutta che fatica a trovare l’unità nazionale. I principali gruppi – sunniti, curdi, alauiti, drusi, cristiani – devono ritrovare coesione. Qui ci sono ancora molte incognite. Quando un anno fa si ripeteva “Wait and see” (aspetta e vedi), io dicevo “Work and see”: lavoriamo e poi vedremo. Non si può chiedere di aspettare a chi ha un’ora di elettricità al giorno. Bisogna rimboccarsi le maniche. Ricordo la frase di Paolo VI nella Populorum Progressio del 1967: ‘Lo sviluppo è il nuovo nome della pace’. Se vogliamo la pace in Siria, dobbiamo ricostruire ospedali, scuole, dare corrente elettrica. Lo sviluppo è il nuovo nome della pace.
Poco fa accennava alla necessità di tutte le componenti del Paese di trovare nuova coesione. Anche i cristiani. Purtroppo, moltissimi hanno lasciato il Paese. La Siria rischia di svuotarsi del tutto dei cristiani?
Pochi giorni fa ho incontrato Papa Leone e tra le prime informazioni che gli ho dato c’è stata questa ottenuta da fonti affidabili: l’80% dei cristiani – ortodossi, cattolici, protestanti – in quindici anni ha lasciato la Siria. E purtroppo altri sono ancora in partenza. È una ferita gravissima per le Chiese orientali e per la società.
Vedo una missione: i cristiani potrebbero fare da collante, da ponte tra i diversi gruppi. Anche se siamo pochi, questa potrebbe essere la nostra vocazione. Non si improvvisa: serve preparazione, ma bisogna iniziare.
La Chiesa è sempre stata in prima linea nel fornire aiuto e sostegno a tutta la popolazione siriana. Vorrei ricordare, a riguardo, anche il progetto da lei fortemente voluto denominato “Ospedali aperti”, promosso con la Fondazione Avsi, per fornire cure gratuite ai più poveri dei siriani…
Da duemila anni la Chiesa contribuisce allo sviluppo del Paese in tanti settori, nell’educazione, nella sanità e anche nella vita pubblica. La Chiesa ha cercato di tamponare un’emergenza umanitaria enorme. Penso all’opera di Caritas Siria, alle mense popolari, all’assistenza sanitaria, al progetto “Ospedali aperti”, durato sette anni, aperto a tutti indipendentemente dall’appartenenza religiosa. Negli ultimi anni, insieme ai sei “Dispensari della speranza”, sono stati assistiti circa 180.000 malati poveri. È una goccia nel deserto, ma si è fatto ciò che si poteva.
Lei ha parlato spesso di ‘guerra per procura’ combattuta sul suolo siriano da tante potenze regionali e internazionali. Teme che la Siria possa ancora perdere la propria integrità territoriale?
È un punto scottante. L’integrità territoriale e l’indipendenza sono ancora fragili. Ci sono state, e in parte ci sono, presenze militari straniere con interessi diversi. Fino a poco tempo fa si parlava di cinque potenti eserciti stranieri operanti in Siria. Anche qui ci sono due lati della medaglia: promesse di sostegno internazionale da una parte, incertezze sull’unità e sull’indipendenza dall’altra. Ma anche queste fragilità possono essere mitigate dallo sviluppo. La Siria ha bisogno urgente di elettricità, ospedali, scuole, fabbriche.
Lo sviluppo resta la via maestra verso la pace.
Cosa lascia la Siria nel suo cuore di pastore?
Quando sono partito da Damasco ho detto alle autorità che finora sono stato ambasciatore in Siria, ma d’ora in poi mi sentirò ambasciatore della Siria.
Continuerò a perorare la sua causa: lo sviluppo, la pace, l’unità. La parte più cara che porto nel cuore è la Siria come mosaico di convivenza, rispettosa e tollerante tra gruppi etnico-religiosi. La guerra ha incrinato questo mosaico. Ci sono stati episodi dolorosi, vittime tra diverse comunità. Vorrei che la Siria tornasse a essere quel mosaico. Porto nel cuore due espressioni simboliche: a Natale, i musulmani augurano ai cristiani “Merry Christmas, milad Majid, buon Natale!”, alla fine del Ramadan, cristiani augurano “Ramadan Karim”, buon Ramadan. Vorrei che queste parole tornassero a risuonare continuamente in Siria: segno di tolleranza e di convivenza.