Mosaico
Kotrà (dal calabrese cotrari, ragazzi, amici) è il debutto discografico di Giuseppe Dato (classe 1999), musicista calabrese che con il territorio padovano condivide il luogo di nascita e gli studi di pianoforte jazz al Pollini, dove si è diplomato con lode e menzione d’onore (e dove ora è iscritto a Composizione jazz). L’album, una sorta di biografia in note del suo percorso artistico, tra dediche a Debussy e Bach a ricordo degli anni di pianoforte classico al Conservatorio di Reggio Calabria, e un brano di Dalla a testimonianza della sua passione per i cantautori, è un’opera già matura e un ascolto che scorre libero e autentico, adatto a più palati. La presentazione dal vivo è in programma sabato 28 febbraio a Villa Selvatico di Battaglia Terme (Padova).
Dal titolo emerge come l’aspetto dell’amicizia sia per lei fondamentale, anche nel creare musica.
«Sì, assolutamente. Sebbene il titolo lo abbia deciso alla fine, da subito l’idea era quella di fare un disco che rappresentasse il mio mondo, più che la mia musica: vivendo per gli amici, che siano musicisti o meno, mi è sembrata la cosa da mettere in rilievo. Tutto il processo è avvenuto in modo piuttosto spontaneo, istintivo, abbiamo impiegato circa tre mesi per concepire e portare a termine il lavoro, quando solitamente un progetto discografico ha una durata di uno o due anni».
Lei però è da diverso tempo nel settore, quando ha sentito che era giunto il momento di licenziare un prodotto a proprio nome?
«In realtà, mi ha sempre messo a disagio l’idea di produrre un disco, non mi sentivo mai pronto o all’altezza di un simile passo, un mio grosso limite. Sono stati proprio gli amici ad aiutarmi e a farmi capire che i tempi erano maturi, mi hanno incitato così tanto che li ho coinvolti. Sulle prime è stata una scelta quasi avventata per come è stato costruito, come decidere di fare un film senza avere nemmeno uno storytelling. Ho cominciato a comporre immaginando chi delle persone che mi stavano accanto potesse essere l’esecutore e l’ospite di questi brani, a parte quelli in trio (con Alberto Zuanon, contrabbasso, e Francesco De Tuoni, batteria, ndr). Per esempio, Big Lands, l’unico brano registrato in duo, è stato scritto una mattina, un paio di mesi prima di registrare l’album, appositamente per il gusto di Antonio Macchia e il suono del suo flicorno: quindi c’è una cura minuziosa per il dettaglio, più per il musicista che per lo stile in sé. Fra l’altro, al momento dell’incisione non avevamo mai provato, gli avevo soltanto fatto avere la parte e, nonostante ciò, è stata buona la prima. Abbiamo registrato più take, ma se senti che una cosa è bella e funziona, che è già un’istantanea precisa della musica e del sentimento, allora non c’è altro da cercare. Per molti dei brani è andata così».
Un punto di forza del disco è la sua trasversalità, una sorta di biglietto di entrata nel mondo del jazz anche per chi ascolta musica d’autore e classica. Insomma, jazz non solo per jazzisti.
«È una cosa voluta fino a un certo punto. Spesso quando suono mi chiedono qual è il mio stile, se più New York o hard bop, perché possono esserci alcune impronte di Brad Mehldau, piuttosto che di Fred Hersch, però poi è veramente difficile nel complesso definirsi. La scommessa, con tutti i rischi connessi, è stata proprio quella di dire metto dentro tutto me stesso. Infatti, sono sempre stato un appassionato di cantautorato e ho anche un background di pianista classico, in più molti dei pezzi hanno la ritmica della tarantella, del terzinato, quello che è per me la Calabria, quindi, se vogliamo, è un po’ un “minestrone”, ma buono, di cose che mi rappresentano. È sempre un battesimo del fuoco, per cui meglio essere se stessi».
Una scommessa riuscita è anche il brano di chiusura.
«Da piccolo ascoltavo in particolare De André e Dalla, Tu non mi basti mai è una canzone che non tutti conoscono e che mi ha sempre affascinato. Molte volte il jazzista cerca un brano che sembra semplice per poi complicarlo, invece questo era perfetto così, abbiamo aggiunto giusto due piccole cose. Quando metti il trio poi è tutta una carta bianca che si scrive insieme. La performance vocale di Irene Lovato è straordinaria: è una cantante jazz bravissima, ma nasce nel pop, sarebbe stato difficile altrimenti combinare questi due mondi. Anche in questo caso è stato un costruire su misura. Altra prova vocale impeccabile è quella di Alberto Forzan nello standard Skylark, intensa e con una venatura soul. Ho una fortuna gigantesca ad avere degli amici musicisti così. Un ringraziamento speciale poi va ai miei insegnanti, i maestri Marcello Tonolo e Cristiano Arcelli, sempre presenti a livello di feedback e di affetto».
Per l’appuntamento a Villa Selvatico di Battaglia Terme (il 28 ore 20.30) i biglietti sono disponibili su www.villaselvaticoterme.it
Il disco è stato registrato nello studio di Stefano Amerio, vincitore di Grammy che ha collaborato con Norma Winstone e lavora regolarmente per la Ecm, la più importante etichetta europea di jazz.