Mosaico
Questa storia nasce verso la metà del 1600 sulle Bregonze, un gruppo di colline della Pedemontana vicentina, che si stendono suggestive nel panorama che separa Thiene dall’Altopiano dei Sette Comuni. Qui, sulla Bregonza di Carré, nel 1665 viene aperto un eremo da due monaci Camaldolesi, padre Basilio e padre Giuseppe, provenienti dalla congregazione coronese del monte Rua, sui Colli Euganei. Proprio per questo, ancora oggi quest’eremo, dedicato a san Giovanni Battista, è conosciuto come eremo di Rua. Fu un luogo produttivo che raggiunse uno splendore notevole anche se non mancarono alcune difficoltà. Un secolo e mezzo dopo la fondazione, la sua storia fu interrotta a seguito del decreto napoleonico che sopprimeva tutti i monasteri e gli eremi. I monaci si dispersero e il luogo si avviò alla decadenza.
Oggi, Matteo Dal Santo, insegnante e storico, firma un saggio in cui traccia un accurato profilo socio-economico dell’eremo camaldolese-coronese, frutto di una accurata ricerca d’archivio iniziata nel 2020.
«La ricerca è sempre stata una mia passione – racconta Dal Santo – perciò immergermi nei documenti conservati all’archivio storico di Vicenza è stato un grande piacere. Ho trovato molto materiale di carattere economico amministrativo che ho riportato nel testo con rigore, senza romanzare nulla perché credo che la verità storica possa catturare un appassionato molto più di quanto può fare un romanzo storico. Sulla vita dei monaci, invece, non c’era molto. Se non la notizia di qualche processo in cui qualcuno era stato imputato o condannato per fatti davvero gravi».
Tra le pagine del saggio vengono approfonditi, dunque, temi quali la proprietà, l’utilizzo del suolo, i contratti di lavoro, le colture, il possesso limitato del bosco, l’alimentazione, l’acqua, la contabilità, l’attività caritativa, i contrasti legali. «L’eremo – spiega Dal Santo – non ebbe sempre vita facile però sopravvisse sia alle azioni dello Stato veneziano di contenere la manomorta con la connessa vendita delle proprietà di enti religiosi sia ai tentativi del governo veneto centrale vicentino-bassanese (1798) che avrebbe voluto mettere le mani su quel patrimonio. L’unico che riuscì a chiudere l’azienda fu Napoleone nel 1806».