Idee
(Tokyo) Il film della regista giapponese Hikari, con il titolo italiano “Rental Family – Nella vita degli altri”, dal 19 febbraio nelle sale cinematografiche italiane, sviluppa la sua trama intorno a un fenomeno presente in Giappone da decenni: le “famiglie a noleggio”. Un servizio a pagamento offerto da agenzie specializzate che ha attirato nei giorni scorsi anche l’attenzione di qualche media italiano.
Si tratta, da una parte di un tentativo di dare una risposta alla solitudine e al bisogno universale di legami familiari e di relazioni umane, dall’altra di soddisfare la necessità di salvare le apparenze in una società, come quella nipponica, in cui il rispetto della forma è fondamentale per l’accettazione sociale.
La trama del film ripercorre la vicenda umana e professionale del protagonista Phillip Vandarploeug, interpretato da Brendan Fraser. Philip è un attore americano fallito che vive a Tokyo da sette anni. È ricordato dal pubblico solo per una vecchia pubblicità di dentifricio. La sua vita, non sono professionale, cambia quando accetta un incarico presso un’agenzia di Rental family. Inizialmente perplesso sulla eticità di tali agenzie, per svolgere il suo lavoro deve tuttavia immergersi profondamente nella cultura e nella società giapponesi conoscendone aspetti nascosti ed a lui poco noti. Interpretando i vari ruoli che gli vengono affidati, scopre e tocca con mano il bisogno spesso represso nei giapponesi di provare o recuperare rapporti familiari e umani forse mai vissuti, soffocati o persi. L’attore sperimenta così che questa forma di finzione, offerta dalle agenzie di “famiglie a noleggio”, sembra poter in qualche modo riempire vuoti esistenziali reali, sia per i clienti sia per se stesso. La regista, in alcune dichiarazioni, ha spiegato come l’espandersi del settore delle “Rental Family” nel Sol Levante sia dovuto, a suo avviso, alla “solitudine moderna” e all’isolamento sociale. Nelle metropoli giapponesi come Tokyo, infatti, molte persone vivono e si abituano a vivere in una solitudine profonda.
Il fenomeno delle “Rental family” affonda le sue radici negli anni ’80 e si sviluppò negli anni ’90. Oggi si stimano circa 300 agenzie in tutto l’arcipelago, operative sia nelle grandi città sia nelle zone rurali. La mappa dei servizi offerti mostra una realtà più complessa di quanto si potesse immaginare.
Da figuranti per matrimoni o funerali a “sostituti” di genitori, coniugi o amici per eventi scolastici e sociali. Alle famiglie degli hikikomori è offerto il supporto delle “Rental Sister”, incaricate di aiutarli a riaprirsi al mondo e a uscire dall’isolamento.
I costi dei servizi variano dai 50 euro per ruoli più semplici fino a circa 160 euro per quelli più complessi.
Hikari ha iniziato a indagare il fenomeno nel 2018. Le testimonianze raccolte tra gli attori confermano come questo mercato risponda a bisogni profondi ed a quella “epidemia dell’isolamento sociale”, vissuta soprattutto nelle grandi città.
A confermarlo più che i dati da soli sono le parole contenute nei messaggi di ringraziamento che i clienti rivolgono agli attori per aver agito “come una vera madre” o “come una moglie superba”, mostrando come seppur fittizia, l’esperienza emotiva è vissuta come autentica, anche se frutto di un accordo economico. Il quadro delle motivazioni al ricorso a tali servizi che emerge è quindi variegato. Esperti e protagonisti citano ad esempio la pressione sociale e la necessità di salvare le apparenze. Noleggiare un padre per un colloquio con i professori o un partner per un evento familiare evita lo stigma sociale legato alle famiglie monoparentali o alla condizione di single. Anche la vergogna verso le terapie per la salute mentale fa scivolare verso il noleggio di un attore per conversazioni occasionali di “supporto psicologico informale”.
A livello sociologico, diversi studiosi hanno cercato di interpretare queste tendenze. La professoressa Chikako Ozawa-de Silva della Emory University ha definito questi servizi come un “cerotto” posto su una ferita ben più profonda. Pur non essendo contraria a questo tipo di servizi, ha evidenziato il rischio che il loro utilizzo possa procrastinare la ricerca di soluzioni più efficaci e a lungo termine.
Il sociologo Takashi Sato, professore all’Università Hitotsubashi di Tokyo, manifestando il suo stupore di fronte al successo delle agenzie di Family Rental e alla soddisfazione dei clienti, ha invece affermato in un articolo di qualche tempo fa sul Los Angeles Times: “Suppongo che oggigiorno le persone sentano davvero il bisogno di legami di parentela.
Rispetto a cinquant’anni fa il sistema familiare in Giappone è cambiato radicalmente
e i rapporti familiari stanno gradualmente scomparendo”.
È proprio in questo contesto di relazioni frammentate e di perdita di identità cercate persino a pagamento che la Chiesa offre una chiave di lettura preziosa. Papa Leone XIV, nel suo Messaggio per la LX Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, afferma: “Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice San Gregorio di Nissa, ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore”.
Tutto ciò non può essere mercificato e, anche se il Pontefice pronunciava queste parole in riferimento all’AI, esse possono applicarsi al fenomeno delle Rental Family che rischia di aggiungersi a quella multidimensionalità “dove – sottolinea Leone XIV – sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”.
A noi cristiani, cogliere l’invito del Pontefice: “Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio”.