Mosaico
Sono passati poco più di due anni da quando don Giuseppe Alberti, allora già novello vescovo, faceva ingresso nella sua nuova chiesa. Era il 10 dicembre 2023 e varcava il confine della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, nella piana di Gioia Tauro, per iniziare un nuovo capitolo della sua vita e della vita di quel popolo cristiano.
Dopo un ministero sacerdotale speso da missionario in Ecuador e poi da parroco e vicario foraneo tra Villafranca Padovana e Solesino, don Giuseppe – ora mons. Alberti – si è immerso nella realtà calabrese che i lettori della Difesa del popolo che parteciperanno al viaggio in quella terra organizzata dal nostro giornale tra il 4 e l’11 maggio prossimi, avranno l’occasione di conoscere.
La Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi conta 175 mila abitanti che danno vita a 66 comunità parrocchiali, un centinaio sono i presbiteri e le religiose, una trentina i diaconi.
Don Giuseppe, a distanza di due anni, quali sono i caratteri principali della sua nuova Chiesa?
«Penso che per i nostri conterranei padovani sarà molto bello e arricchente incontrare la nostra Chiesa, la dinamica missionaria dello scambio tra chiese è un’esperienza fondamentale. Qui in Calabria e nella nostra Diocesi, certamente, è molto marcata la dimensione della pietà popolare, fatta di devozione, processioni, feste, il culto della Madonna, una dinamica che al Nord è più sfumata. Accanto a questo c’è l’aspetto sociale, la sfida che la Chiesa incontra in un contesto che non è di benessere diffuso come in Veneto: qui le comunità sono chiamate a farsi samaritane e a crescere».
Quali incontri ed esperienze stanno segnando il suo ministero?
«Oggi comincio a conoscere da dentro la realtà ecclesiale e sociale e posso dire che, al di là dei molti problemi che riscontriamo quotidianamente, il dialogo con le persone e le parrocchie è sempre fervido, ricco, con i laici ma anche con presbiteri e diaconi. I gruppi, come i consigli pastorali o i catechisti sono sempre motivati e stimolanti, sono comunità spesso piccole, ma sempre aperte e attive, desiderose di continuare il cammino».
Quali sono i simboli del cammino della sua Chiesa oggi?
«Ce ne sono due in particolare che mi stanno molto a cuore. Il primo è la riapertura dell’Istituto teologico pastorale, chiuso al tempo del Covid: per dare vita a una nuova Chiesa missionaria, capace di evangelizzare nell’incontro, è necessaria un’offerta formativa di qualità, altrimenti ci fermiamo allo slogan. In secondo luogo, lo sportello anti-usura, nato come frutto del recente Giubileo, per affrontare la peggior piaga sociale presente qui assieme alla ludopatia: in un solo anno qui da noi si giocano in azzardo 144 milioni di euro. Si tratta di una ferita per il nostro territorio che ha bisogno di sostegno e di aiuto per emanciparsi da una situazione di condizionamento forte e pervasivo che impedisce di fare passi avanti significativi. Per quanto riguarda il futuro, in collaborazione con la Metropolia di Reggio Calabria, stiamo pensando di aprirci alla possibilità di esprimere un missionario fidei donum ad gentes».
Un pensiero per i lettori che verranno a trovarla a maggio?
«Vi aspettiamo! La Calabria è bella e merita di essere conosciuta a scoperta. Venendo qui si piange due volte: quando si arriva, ma anche quando si riparte, perché ci si lascia il cuore».
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