Fatti
A volte non serve spulciare indagini, classifiche e dati per rendersi conto di qualcosa. Ad esempio sono certo utili tutti i numeri che con una certa frequenza escono da istituti specializzati – primo fra tutti l’Istat – sulla ricchezza e sulla povertà degli italiani. Ma basta frequentare i sempre più diffusi discount e outlet, parlare con i referenti di Caritas e San Vincenzo, guardare le valutazioni immobiliare e i listini delle automobili per rendersi conto che nell’ultimo decennio qualcosa è andato storto.
C’è stato il Covid; ci sono state le guerre, le sanzioni, i dazi; c’è stata una globalizzazione spinta che chiude qui per aprire da un’altra parte… e tanto altro. Di positivo, almeno in Italia, c’è stato poco. E i numeri di Istat&co. certificano questo andazzo. Di buono ci sarebbero soprattutto i dati sulla calante disoccupazione, con due però: più gente si è messa a lavorare altrimenti molte famiglie sarebbero in seria difficoltà; non sempre la nuova occupazione corrisponde a buona occupazione, a buone paghe.
In generale, tirando le somme di tutta una serie di indici astratti e di osservazioni empiriche, la situazione italiana si può riassumere così: in molti sono diventati un po’ più poveri, qualcuno è diventato molto più ricco.
Le piaghe di prima – accentuate da inflazione, contratti collettivi fermi, spese obbligatorie (da luce e gas in giù) aumentate – hanno portato i poveri sulla soglia dell’indigenza; la piccolissima borghesia sulla soglia della povertà; la media borghesia (soprattutto quella fatta di redditi fissi) a rinunce e preoccupazioni. Uno scivolamento, insomma, non una caduta. Ma questo è.
Non ha aiutato un’inflazione che ha gonfiato solo nominalmente le retribuzioni, a loro volta cadute sotto la scure di aliquote fiscali quelle sì penalizzanti. L’economista Marco Leonardi ha quantificato il fiscal drag in circa 25 miliardi di euro sottratti soprattutto ai lavoratori dipendenti. È stato invece tutto sommato assorbito il taglio alla spesa sociale voluto dal Governo, un 50% in meno di erogazioni Inps nel giro di due anni: segno che si sono tagliate soprattutto storture e welfare inefficace.
L’attuale Assegno di inclusione dà una mano a quasi 650mila nuclei familiari; l’Istat poi parla di 5,7 milioni di individui sotto la soglia della povertà. Un dato che non si migliora, un dato che però non peggiora. Perché, come dicevamo, il vero problema è il lento scivolamento della piccola e media borghesia – scusate questi termini ottocenteschi, però chiari – nel pianerottolo sotto nella scala del benessere. I carrelli della spesa e certi comportamenti sociali (vedi la progressiva denatalità) sono segnali inequivocabili.
Sostenere l’enorme corpo della piccola e media borghesia italiana – non con l’aspirinetta ma con puntelli robusti – diviene fondamentale per due motivi: impedisce la crescita della povertà, dannosa in ogni senso; attenua quel malessere sociale che poi sfocia – qui come altrove – in fenomeni come l’astensionismo elettorale o, peggio, l’appoggio a chi vuole il “tanto peggio, tanto meglio”. Giova sempre ricordare che la crisi di Weimar fece democraticamente eleggere in Germania il signor Adolf Hitler…