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In dialogo con la Parola

giovedì 5 Marzo 2026

Siamo chiamati a fare verità nel pozzo dell’interiorità

III domenica di Quaresima (anno A) Esodo 17,3-7 | Sal 94 (95) | Romani 5,1-2.5-8 | Giovanni 4,5-42
don Riccardo Betto

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Siamo chiamati a fare verità nel pozzo dell’interiorità

Mi capita spesso di ascoltare persone che mi raccontano la complessità delle loro situazioni personali e relazionali. Sembra paradossale, in un’epoca storica come la nostra in cui siamo costantemente interconnessi, il fatto che tante persone avvertano un senso di solitudine. Altre, poi, sentono la necessità di isolarsi perché le relazioni spesso sono luoghi di tensioni e di ferite reciproche, di pregiudizi che faticano a morire. Scrivo questa premessa perché il Vangelo di questa domenica raccoglie anche le nostre variegate storie di relazione e ci svela soprattutto il metodo del Dio di Gesù Cristo, in uno dei racconti più generativi del Vangelo.

La splendida narrazione dell’evangelista Giovanni è vivace e coinvolgente tanto da sentirci anche noi collocati a Sicar, da una parte spettatori e dall’altra immedesimati nella donna samaritana. La donna di Samaria che non ha nome (uno stratagemma letterario per invitare ciascuno a immedesimarsi con lei) simboleggia le nostre storie, raccoglie le nostre fragilità e le nostre ferite, le parole non dette, i bisogni autentici che spesso non vogliamo riconoscere. E ci sono luoghi e dimensioni necessari che in realtà, se fosse possibile, eviteremmo volentieri. E così, per tutelarci il più possibile, scegliamo anche noi di andarci all’incirca “a mezzogiorno”: un’ora insolita in cui nessuno va al pozzo ad attingere acqua. Le nostre ore insolite ci evitano di affrontare gli occhi sprezzanti e di dover in qualche modo rispondere alle domande
e alle insinuazioni. Eppure, per quanto facciamo meticolosamente i nostri calcoli, il Dio di Gesù Cristo riesce sempre a spiazzarci e si fa trovare lì, nel luogo e nell’ora che non immaginiamo. È l’incontro decisivo che rompe qualsiasi pregiudizio (infatti, Gesù non evita la Samaria) e offre la libertà di una relazione in cui fa sentire l’altra persona accolta.

«Dammi da bere»: mi fa sempre tenerezza cogliere in questa richiesta di Gesù anche il suo bisogno umano di essere visto, di trovare ristoro e di ricevere un gesto. Anche Gesù come noi ha sete, ha la necessità di assaporare il gusto della gentilezza e della premura. Eppure, in quel «dammi da bere» vi è l’opportunità di dargli la mia sete, ciò che rappresenta per me “il bere”. Infatti, la donna è spiazzata: un maschio e un ebreo infrange qualsiasi convenienza e le sta rivolgendo la parola, le sta chiedendo da bere; la riconosce prima di tutto come una persona.
Perciò, quella semplice e disarmante richiesta diventa per la donna e per Gesù l’inizio di un dialogo che gradualmente si fa sempre più schietto e profondo. Gesù la aiuta a “fare verità” nella sua vita, senza forzature, ma con delicatezza. Per questo, colgo nell’immagine del pozzo il paradigma di un percorso personale e spirituale in cui le parole del Maestro ci aiutano a scendere nella nostra interiorità, ad andare sempre più in profondità fino al punto in cui possiamo specchiarci in quell’acqua, senza paura e senza finzioni. Ed è lì, nel punto più profondo del pozzo, che riconosciamo il bisogno vitale che ci accomuna, il bisogno di essere amati e di amare, le delusioni e le ferite che la ricerca dell’amore ci lascia. Spesso questa ricerca ci fa rimanere senza acqua, ci fa disperare quando chiediamo agli altri qualcosa che non possono darci.

Nel percorso della donna samaritana cogliamo l’opportunità di riconoscere la propria sete, soprattutto quella che si sta mettendo a tacere, che si soffoca o che si nasconde. Solo riconoscendo la mia sete posso comprendere e “conoscere il dono di Dio”: la sua è un’acqua che viene donata come una sorgente che zampilla per sempre, una fonte che disseta tutti senza distinzioni, è vita che si moltiplica.
E ci porta soprattutto a uscire allo scoperto, a dare un nome ai nostri bisogni, a riconoscere che non abbiamo ancora trovato quell’amore che ci rende appagati («non ho marito»), che riempia il nostro cuore e dia un senso alla nostra vita. La sua è un’acqua che supera qualsiasi conflitto di luoghi di culto geografici, ma che ci educa al culto “in Spirito e verità”, a riconoscere l’ora in cui Dio ha rivelato al mondo l’Amore divino che è senza misura (l’ora della glorificazione in croce). È quel percorso in cui lui si svela in quel liberatorio «sono io», facendoci dimenticare perfino il motivo per cui eravamo andati al pozzo
e facendoci lasciare la nostra “anfora” per andare in città, per incontrare nuovamente la realtà e le persone, in modo libero, non più nella paura, facendoci annunciatori («venite a vedere»).

Ed allora, consapevoli che «l’amore di Dio è stato riservato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato», nella misura in cui riconosceremo la nostra sete e scenderemo nel punto più profondo del pozzo della nostra interiorità facendo verità, potremo ricevere e bere la sua acqua e diventare artefici e protagonisti di incontri insoliti che daranno una svolta decisiva alla nostra vita.

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