Fatti
Di fronte alla crisi bellica nel Golfo e in Medioriente, mentre è tragicamente viva la guerra in Ucraina che rischia di essere messa in secondo piano dall’incalzare degli ultimi eventi, la politica estera italiana stenta a trovare una via realistica coerente con la sua tradizione diplomatica. L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran ha fatto saltare tutti i parametri con cui nel campo occidentale si era soliti valutare le situazioni e prendere le decisioni relative. L’iniziativa di Trump e Netanyahu è stata del tutto arbitraria persino rispetto agli equilibri costituzionali interni degli Usa, non essendo stato interpellato il Congresso. Non parliamo poi della mancanza assoluta di copertura dal punto di vista del diritto internazionale, violato senza pudore e senza un minimo di cautela anche soltanto lessicale. Non c’è stato alcun coordinamento neanche con gli alleati, tenuti all’oscuro dell’operazione con esiti paradossali, come dimostrato platealmente dal caso del ministro della Difesa Crosetto. In aggiunta a tutto questo – e sarebbe già tanto, anzi, troppo – è emersa chiaramente la mancanza di una prospettiva credibile per il dopo, come se la lezione di Iraq, Afghanistan e Libia non fosse bastata.
Il governo italiano si è ritrovato completamente spiazzato e il tentativo di tenere in piedi un rapporto – che si voleva ingenuamente privilegiato – con il presidente americano, senza trascurare i legami politici e istituzionali europei, è diventato una missione quasi impossibile. Il nuovo endorsement di Trump per Giorgia Meloni non compensa l’effetto disastroso della mancata informazione sull’attacco all’Iran e diventa semmai un ulteriore problema, dopo la condivisione finalmente arrivata con Germania, Francia e Regno Unito. E questo proprio nella settimana della prima esposizione della premier in Parlamento. Esposizione richiesta gran voce dalle opposizioni che la giudicano comunque tardiva. Peraltro le stesse opposizioni si sono presentate alla discussione nelle Camere sulle relazioni dei ministri Tajani e Crosetto con quattro risoluzioni differenti, riproponendo plasticamente il tema della mancanza di coesione che, per contrasto, è il vero punto di forza della maggioranza di governo.
La sensazione è che si navighi a vista e forse a questo punto non potrebbe essere che così con i protagonisti che sono in campo. Bisognerebbe però rinsaldare almeno il punto fermo del vincolo europeo. Anche la possibilità di tenere un canale aperto con Trump ha senso se il radicamento europeo è convinto e privo di ambiguità.
Una complicazione non da poco è data dall’influenza delle questioni di politica interna. Anche i leader di Germania, Francia e Gran Bretagna, beninteso, devono fare i conti con questa dimensione e si vede quotidianamente dai loro comportamenti. In Italia il quadro è reso vieppiù incerto dall’incombere del referendum sulla giustizia che polarizza le posizioni e taglia le gambe alla già precaria prospettiva di una pur auspicabile convergenza nella gestione di una crisi dalle conseguenze imprevedibili.