Chiesa
Tra i documenti prodotti dai vari gruppi di studio del Sinodo, non sorprende che quello sulla revisione della Ratio fundamentalis per la formazione sacerdotale abbia suscitato particolare attenzione: si tratta di riflettere e riformare quanto è al nucleo della possibilità di avere un futuro per una Chiesa in crisi. Forse crisi nelle adesioni (anche se le conversioni alla fede cattolica continuano a prosperare), senz’altro crisi nei preti stessi, con defezioni che fanno clamore e, prima ancora, con l’assottigliarsi costante delle risposte a una chiamata per la quale sta o cade la possibilità stessa del “fare Chiesa” – quella del prete, appunto.
Nello studio si ribadisce che “i presbiteri occupano un loro specifico e inconfondibile posto” (Ivi, p. 9), posto che, sia citando la Commissione teologica internazionale (La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa) che il documento finale della XVI Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi (Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione), è identificato ancora una volta come quello di un’indispensabile autorità di carattere cristologico a servizio dell’edificazione del popolo di Dio:
“L’autorità dei Pastori ‘è un dono specifico dello Spirito di Cristo Capo per l’edificazione dell’intero Corpo’ (CTI, n. 67). Tale dono è legato al sacramento dell’Ordine che configura a Cristo Capo, Pastore e Servo e, secondo il suo esempio, pone quanti lo ricevono a servizio del Santo Popolo di Dio per custodire l’apostolicità dell’annuncio e promuovere a tutti i livelli la comunione ecclesiale” (DF, n. 33).
I preti, “servi inutili” per eccellenza (cfr. Lc 17, 10), sono d’altro canto essenziali: la loro consacrazione particolare si radica in quella battesimale, e ad essa è ordinata, cioè, letteralmente, finalizzata, affinché l’intero corpo dei battezzati riceva la luce della Parola mediante l’annuncio e il sostegno dei sacramenti per la progressiva trasformazione del mondo nel Regno. Senza i sacerdoti, il Corpo potrebbe deperire fino a morire e, se pure siamo certi che il Signore provvederà sempre al suo popolo pastori perché la Chiesa continui la sua presenza nel mondo finché Egli vorrà, siamo altrettanto certi che come popolo di Dio abbiamo la responsabilità di attuare le condizioni perché la risposta a questa chiamata divina sia possibile e che sia davvero una risposta, e non una mera aspirazione soggettiva costruita su ideali o ideologie (anche ecclesiali) – da qui l’importanza di una formazione incarnata in una realtà che parli sempre al presente e che non può valere mai una volta per tutte.
“Alla luce delle istanze dell’Assemblea sinodale e dei rilievi e delle intuizioni raccolti nei lavori del Gruppo di studio sulla Ratio Fundamentalis, l’esperienza formativa dovrebbe essere maggiormente omogenea alla vita che i candidati condurranno successivamente: dove, per il ministero pastorale, lo stare con Gesù si declina nel camminare apostolico con e per il Popolo di Dio” (Ivi, p. 12).
Già ai miei tempi (parliamo di circa venticinque anni fa) noi seminaristi lamentavamo che il Seminario sembrava avere la finalità di formare, al termine dei sei anni, non persone pronte ad assumersi l’onere del sacerdozio, bensì perfetti seminaristi, obbedienti a ritmi, regole e situazioni che valevano soltanto all’interno del contesto ovattato e isolato del Seminario stesso – e che poi però si sarebbero ritrovate scaraventate da un giorno all’altro nel turbinio della vita e dei problemi della gente di parrocchia, tra attese e pressioni, peccati confessati a noi pretini pivelli da gente di trent’anni più vecchia, orari ogni giorno sfasati, sguardi benevoli e sguardi malevoli, liturgie rabberciate, porte da aprire e da chiudere, parroci navigati e scontrosi, ecc. Il tutto condito dal perenne senso di colpa sottostante di “non pregare abbastanza”, cioè di non avere più a disposizione il tempo che si aveva in Seminario, dove in fondo, per quanto si facesse, non è che si facesse poi granché.
Sembra che questa istanza sia rimasta invariata e che il peso di questo scarto tra l’ideale seminariale e la realtà pastorale si faccia ancora sentire.
“Certamente si dovrà garantire il tempo e lo spazio necessari (“venite in disparte”) per approfondire e verificare la chiamata al ministero sacerdotale e, per la Chiesa latina, il carisma del celibato in un’intensa vita spirituale marcata da ritmi custoditi e guidati. Al contempo, però, il Seminario non dovrà risultare un’esperienza prolungata lontana dal Popolo di Dio. Pare necessario prevedere lungo il percorso anche altri moduli formativi, non alternativi ma complementari al “luogo/tempo” del Seminario che garantiscano ai candidati un reale abitare la condizione umana ordinaria e l’immersione stabile nel vissuto della comunità cristiana, capaci di assicurare una solida maturazione integrale: evitando così condizioni di separatezza dove più facilmente si covano irresponsabilità, dissimulazioni e infantilismi clericali” (Ibidem).
Sarebbe forse preferibile non vedere nell’isolamento del Seminario solo la condizione di possibilità della malafede, come invece il documento stesso sembra suggerire: non dobbiamo vedere nei ragazzi che entrano in Seminario anzitutto persone immature, false o infantili che lì farebbero prosperare i loro lati peggiori.
Al contrario, oggi più che mai chi si avvicina al Seminario è di base una persona che quanto meno mette in conto grandi sacrifici personali e importanti distacchi, sebbene magari in forma un po’ ideale. Rimane però drammaticamente vero che in un contesto monosessuato e separato in modo prolungato dalla vita di tutti i giorni (vita a cui, lo ripetiamo, il prete diocesano è destinato) questi difetti possono iniziare anche quando non c’erano in precedenza, rischiando di fare di un luogo deputato alla formazione un luogo di deformazione (professionale e non). Come si può pensare che un ultratrentenne (età media dei seminaristi oggi) che approdi in Seminario da una vita di lavoro, servizio ecclesiale e studio non regredisca quando si ritroverà davanti a orari, regolette, puntigli e divieti pensati cinquecento anni fa per adolescenti? L’Assemblea sinodale invita ad accomiatarsi una volta per sempre dall’idea che il modello monastico, mutuato a Trento, sia necessariamente valido per ogni altro tipo di formazione al celibato per il Regno.
È importantissima la specifica che il documento fa su “moduli formativi, non alternativi ma complementari al “luogo/tempo” del Seminario”: se si pensasse ad alternative, si continuerebbe di fatto a ritenere l’opzione del Seminario “autocratico” valida in sé e a vedere altre proposte come esperimenti più o meno interessanti, ma adatti solo per alcuni.
E invece no: secondo il ritmo sistole-diastole che dovrebbe avere ogni esperienza di comunione (cfr. Mc 3, 14), a detta del Sinodo il Seminario andrebbe ripensato come un percorso a tappe, in cui a momenti di forte raccoglimento e ritiro dall’ordinario, finalizzati all’approfondimento del discernimento, si alternassero fasi di sperimentazione e confronto con quelle realtà “altre” che, di fatto, costituiscono la Chiesa, quella vera. Perché questo è un vulnus della gestione di tanti Seminari: ritenere di essere l’istituzione deputata in modo esclusivo al discernimento della vocazione dei futuri preti. Ma l’istituzione non è il Seminario, è la Chiesa, e del discernimento sulle vocazioni sacerdotali è la Chiesa intera che si deve occupare, perché il “prodotto” dei Seminari poi andrà nelle comunità, nelle parrocchie, tra la gente – cioè nella Chiesa, e dunque la Chiesa nel suo insieme deve vagliare, correggere, decidere. Chiaramente, non in modo assembleare informe, per votazioni e indici di gradimento, ma senz’altro dando voce e autorevolezza a quelle componenti ecclesiali che, ad oggi, vengono al più invitate a “giornate del Seminario” che non servono a granché se non a ribadire un ormai insostenibile iato tra “noi” (Seminario) e “voi” (tutti gli altri).
Mettere i giovani in formazione in contesti diversificati, magari analoghi a quelli da cui provengono, come la parrocchia, la famiglia, la scuola, ecc., ma resi nuovi dal nuovo modo con cui loro hanno deciso di intendere la loro vita, e sempre sotto la guida e con l’accompagnamento dei formatori deputati, potrà essere un vaglio delle intenzioni e dei desideri efficace perché non artificiosamente costruito: è la vita stessa il vaglio vero e costante e, se non si affronta con fiducia, presenterà il conto di tutti i confronti non fatti quando ormai sarà troppo tardi e produrrà esiti non di rado drammatici.