È ormai dalla metà degli anni Novanta che i giovani italiani stanno incontrando crescenti difficoltà: a entrare nel mercato del lavoro, a trovare una sufficiente stabilità economica, a ottenere una retribuzione adeguata alla loro preparazione professionale, a costruirsi una propria vita autonoma, a formare una nuova famiglia. Dentro a tutte queste contraddizioni la maternità è un rischio in più per le donne, spesso per la mancanza di servizi essenziali e per una organizzazione del lavoro tutt’altro che amichevole nei loro confronti. L’Italia resta uno dei pochi Paesi avanzati in cui circa un quarto delle donne alla nascita di un figlio è costretta ad abbandonare il lavoro. Inoltre, in queste condizioni spesso la nascita di un figlio spalanca la porta alla povertà visto che sono i minorenni e i giovani al di sotto dei 35 anni ad avere tassi di povertà più alti rispetto al resto della popolazione. Più poveri, con futuro precluso, tassi di Neet tra i più elevati in Europa, tasso di disoccupazione attorno al 20 per cento: sono tutti segnali del totale disinteresse della politica verso le giovani generazioni.
Il nostro è un Paese che investe pochissimo nei servizi, a cominciare dalla prima infanzia, perfino non utilizzando al meglio i fondi del Pnrr per gli asili nido (programmato un aumento di nuovi posti di 264.480 ci si fermerà a 150.480, meno 40 per cento); è un paese che spende l’1,5 per cento in meno rispetto alla media degli altri Stati europei in istruzione e formazione, che ha un consolidato problema di povertà educativa e di limiti di apprendimento, con elevati tassi di dispersione, con un numero di laureati del 13 per cento inferiore ai nostri partner dell’Ue. Ma nonostante siano pochi i giovani a causa del calo demografico, nonostante siano pochi i laureati, il nostro Paese li costringe ad emigrare: tra il 2011 e il 2024 i giovani che hanno lasciato l’Italia sono stati 630 mila, con un crescendo che ne ha visto ben 78 mila giovani abbandonare il nostro Paese nel 2024.
Se la politica in genere – e nello specifico il Governo in carica – continueranno a non affrontare questi temi cruciali per il futuro dei nostri giovani e del Paese, i problemi continueranno ad aggravarsi. È necessario che, con una totale inversione delle logiche che orientano la spesa pubblica, si costruiscano le condizioni in cui i giovani possano investire sul proprio futuro in Italia, perché l’impegno formativo sia valorizzato adeguatamente, perché i servizi educativi per la prima infanzia siano disponibili per tutti a prezzi accessibili, perché le retribuzioni facciano un salto significativo, altrimenti all’assottigliarsi della componente giovanile si accompagnerà il declino dell’Italia.
Le condizioni retributive dei giovani d’oggi sono decisamente critiche. L’Istat, nel suo rapporto sulla popolazione del 2025, evidenzia come nel periodo 2004-2024 il reddito medio da lavoro sia diminuito per tutte le classi di età del 7,2 per cento e come lo squilibrio maggiore sia in capo alle giovani generazioni tanto che ben due terzi dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori dai quali dipendono almeno dal punto di vista abitativo.
Che i giovani guadagnino in media meno delle persone con maggiore esperienza lavorativa di per sé è anche accettabile: ma quando il divario sale fino al 40 per cento del salario medio, come è il caso dei giovani sotto i 25 anni, è sintomo di una situazione di fragilità economica che impedisce ogni progettualità. Non serve guardare lontano per capire le ragioni per cui siamo in un periodo di profondi mutamenti dei paradigmi sociali, che assieme alle condizioni socioeconomiche stanno mutando significativamente la genitorialità.
Tutto ciò fa letteralmente a pugni con il dettato della nostra Costituzione che prevede la famiglia essere il nucleo fondante della società; il luogo in cui non solo si sviluppa la personalità dei giovani, ma che pone le basi per una società consapevolmente impegnata a costruire il proprio futuro. Quindi sottrarre le risorse necessarie ai giovani e alla famiglia non significa solo incoraggiare la denatalità ma ancor più incidere sulla vitalità e la stessa tenuta della società civile, che rappresenta l’anima di ogni Paese.
In questo stato di prolungata incertezza economica, se andiamo con lo sguardo al futuro, ci appaiono critiche le conseguenze sul versante pensionistico per i giovani d’oggi. Chi adesso ha 35 anni andrà presumibilmente in pensione a 74 con un importo di circa tre volte l’assegno sociale, presupponendo una continuità lavorativa (cosa difficilmente conseguibile per molti dei nostri giovani). Il lavoro povero d’oggi finirà col tradursi in pensione povera domani, con la beffa che bisognerà lavorare molto più a lungo e saranno proprio i lavoratori con reddito più basso a essere sospinti ad allungare gli anni di lavoro per poter maturare il diritto a una pensione più adeguata. Ne abbiamo avuto un chiaro esempio con la famigerata “quota 100”, che ha finito col beneficiare solo i lavoratori maschi con continuità lavorativa, con redditi medio-alti e prevalentemente del pubblico impiego: non certo chi aveva lavori usuranti e poco qualificati.
Quando poi la discontinuità lavorativa si somma a bassa qualificazione professionale, basso livello di istruzione e contratti di lavoro non standardizzati abbiamo il mix ideale che contribuisce alla disuguaglianza sociale e sovente, essendo questi fattori legati alle origini familiari, tendono a perpetuarsi nelle generazioni successive. Per moltissimi la mobilità sociale diventa un’illusione.
Eppure, l’occupazione è cresciuta in questi ultimi anni, ma è l’intero mercato del lavoro che non riesce a produrre un lavoro dignitoso, perché la crescita avviene in settori a basso valore aggiunto: nella logistica, nell’edilizia, nel turismo-ristorazione, e resta invece al palo l’occupazione di qualità. Nessuno sta attuando una strategia di politica economica che consenta l’emergere delle vere specializzazioni che servono a un Paese manifatturiero come l’Italia. L’avere tante piccole e piccolissime imprese, peculiarità nazionale, ci ha portato dei vantaggi che oggi sono totalmente esauriti mentre riemergono con pesantezza i vecchi mali del nostro sistema economico: bassa produttività e bassi salari.
Occorre una totale trasformazione dell’intero sistema produttivo verso settori ad alta qualificazione altrimenti cadiamo nella trappola della bassa crescita, dei bassi salari e della perenne concorrenza dei Paesi che recentemente si sono affacciati sulla scena dell’economia globale.
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