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Tra le figure più originali e inquiete della cultura veneta del Novecento, Gian Antonio Cibotto fu insieme scrittore, giornalista, uomo di teatro, organizzatore culturale e scopritore di talenti. Per questo, nell’anno del centenario della nascita, la sua Rovigo gli dedica la mostra “Gian Antonio Cibotto (1925–2017). Il gusto del racconto” (visitabile fino al 28 giugno), allestita a Palazzo Roncale e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che ripercorre attraverso libri, fotografie, articoli e documenti una vita segnata da continui passaggi e attraversamenti: tra il Polesine e Roma, tra il giornalismo e la letteratura, tra la provincia veneta e il cuore della cultura nazionale.
«Ho avuto la fortuna di conoscere Cibotto alla fine negli anni Settanta, quando iniziai a lavorare al Gazzettino – racconta il curatore Francesco Jori – Ricordo un uomo di straordinaria curiosità intellettuale, capace di passare con naturalezza dal giornalismo alla narrativa, dal teatro all’organizzazione culturale». Nel solco di una grande tradizione letteraria polesana, Cibotto seppe però costruire una figura che andava ben oltre la dimensione locale. Scrittore e giornalista, fu anche direttore del Teatro Goldoni e animatore di importanti premi letterari, tra cui il Campiello, anche se oggi rimane noto soprattutto per la sua capacità di raccontare il Veneto al di là dei cliché, grazie a libri come Cronache dall’alluvione, La vaca mora e Scano boa, da cui fu tratto nel 1961 un fortunato film.
Un rapporto intenso con la terra d’origine in cui gioca un ruolo decisivo anche Padova, dove Cibotto frequentò prima il collegio Barbarigo e poi l’università. «Era figlio di un esponente di spicco del Partito popolare a Rovigo, uomo rigoroso e perseguitato dal regime fascista: per questo fin da bambino crebbe nell’isolamento – spiega Jori – Proprio a Padova cominciò ad affrancarsi dall’eredità familiare: qui frequentava la vecchia libreria Draghi, dove si confrontava con figure come Diego Valeri e Manara Valgimigli, e qui soprattutto scoprì la sua grande passione per il teatro».
Un entusiasmo tale che, ricorda Jori con un sorriso, «lui e un compagno di collegio arrivavano perfino a “corrompere” bonariamente il portiere del Barbarigo per uscire la sera e andare al Verdi o al cinema Concordi, che allora ospitava anche spettacoli di rivista. Una volta, durante l’intervallo, si trovò davanti uno zio che lo riconobbe. Riuscì a cavarsela con una battuta: “Ci ha premiati il collegio, siamo stati bravi a scuola”». Era forse già il segno della vocazione narrativa che non lo avrebbe mai abbandonato.
Nel corso della vita Cibotto avrebbe oscillato tra Roma e il Veneto, tra il mondo letterario nazionale e la dimensione del suo Polesine. Negli ultimi anni, però, quella tensione si trasformò sempre più in ritiro: «Si sentiva solo e in qualche misura abbandonato», conclude Jori. Una condizione che lo accompagnò dall’inizio alla fine della sua vita, ma dalla quale maturò la forza del suo sguardo, capace di raccontare il Veneto dietro le quinte con affetto e ironia.