Storie
Lo storico greco Polibio, nello spiegare le vicende umane, guerre incluse, constatava sempre una profasis, cioè la motivazione addotta, e una aitìa, cioè la causa reale. Così è stato per me il viaggio di inizio 2026 in Cile, partito dal desiderio di incontrare un “parrocchiano” frate missionario e maturato poi in un viaggio ricco di bellezza e una densa esperienza d’incontro: un modo meraviglioso di far ferie! L’ispirazione che ha guidato il viaggio è stata offerta da una frase di Alexandra David-Néel, esploratrice francese morta nel 1969 all’età di cento anni, che dice: «Chi viaggia senza incontrare l’altro non viaggia, si sposta». Motto messo in evidenza (e molto ben praticato) da uno dei compagni di viaggio, Luca Farina, giramondo prima per lavoro di ispettore veterinario e ora per impegni di volontariato internazionale (mentre leggete, è in Burundi per una missione umanitaria). Gli altri due compagni d’avventura, Fabio Righetto, il tour leader che con questo viaggio festeggiava l’arrivo della meritata pensione, e Nicola Masiero, agente commerciale anche lui abituato a girare tra Africa, Paesi Arabi e non solo. Tutti e quattro in età tale da godere dell’imbarco prioritario, facilitazione che in Sudamerica si trova su tutti gli aerei per i passeggeri agées. Preziosa la conoscenza della lingua spagnola di metà della squadra.
Dopo un lungo volo Madrid-Santiago, la prima tappa è stata – e non poteva essere altrimenti – il convento di Curicò, città di circa 100 mila abitanti a 200 chilometri a sud della capitale. Lì ci aspettava padre Maurizio Bridio, francescano conventuale oriundo di San Lorenzo di Albignasego, con i suoi confratelli, che ci hanno dato la gioia di sentirci subito accolti come in famiglia, in un clima di semplicità e letizia. Abbiamo visto le attività estive, un simil-grest, portate avanti dai frati con l’appoggio di alcune religiose. Oltre a quanto consueto in una parrocchia si aggiunge l’impegno verso i poveri che, in questo momento, a Curicò sono anche le centinaia di immigrati (o meglio rifugiati) arrivati da Haiti e sistemati in un campo-baraccopoli lungo un fiume. «Si sente che i frati vivono questa vicinanza con il cuore» osserva Fabio. «Da come padre Christian Borghesi, il parroco, è stato accolto nel campo, si capisce quanto bene stanno facendo a questi “ultimi” della storia» rileva Nicola.
Salutati i francescani, in auto abbiamo raggiunto Valparaiso, grande porto commerciale sul Pacifico e città affascinante perché è tutta piena di murales, alcuni dei quali autentici capolavori, e impegnativa da girare, per i continui saliscendi. Ci ha impressionato la casa di Pablo Neruda, con una splendida visuale sull’oceano che… rende poeti anche non sapendo scrivere.
Anche nella tappa successiva, la capitale Santiago, abbiamo goduto dell’ospitalità dei Conventuali, approfittando delle stanze libere per la pausa estiva. Dopo aver celebrato la domenica nel santuario da loro gestito, ecco una prima visita alla città il giorno successivo, guidati da fra Ramon, che ci ha dedicato una giornata turistica originale, nel vissuto della gente comune (il mercato, la metro, la bettola per pranzare…), oltre alla cattedrale, la Plaza de Armas e il palazzo della Moneda. Abbiamo apprezzato l’attività caritativa svolta in parrocchia a favore di molti poveri e conosciuto l’unico frate cileno della “Provincia Sant’Antonio”, Augusto, che anni fa ha svolto un periodo di formazione a Padova e anche nella parrocchia di San Tommaso di Albignasego.
Il volo aereo ci ha portati a Calama, nel nordest del Cile, tappa obbligata per passare a San Pedro de Atacama, una grande oasi nell’arido altipiano delle Ande, a oltre 2.400 metri di altitudine. Qui si arriva soprattutto per godere degli scenografici paesaggi che, a diverse quote sul livello del mare (fino a oltre quattromila metri), includono deserti rocciosi, pianure di sale, vulcani, geyser e sorgenti termali. Le escursioni quotidiane, con gruppi di una dozzina di gitanti e guida, sono state occasione di conoscere paesaggi nuovi, persone le più diverse, aspetti storici e culturali, animali caratteristici e… la sorpresa della neve in pieno deserto! Un continuo “cantico delle creature”, insomma.
Vivendo cinque giorni in un luogo tutto turistico, ma con un nucleo locale ben radicato, abbiamo avuto l’opportunità di frequentare la chiesa parrocchiale ricca della tipica decorazione spagnola-andina, partecipare alla messa (senza ministeri battesimali, anzi con qualche deviazione rispetto alle rubriche del messale… come l’Ave Maria inserita prima della benedizione finale), sperimentare qualche pietanza locale, e perfino assistere a un’inondazione che ha causato parecchi danni. Anche qui abbiamo sperimentato la gentilezza – verrebbe da dire “cilena” – di diverse persone, dalla giovane segreteria dell’ufficio turistico al gestore della struttura che ci ha ospitato.
Dopo un disguido di voli aerei, ci si trasferisce verso sud e la prima tappa è Chiloé, nell’omonimo arcipelago, caratteristica per bellissime chiese in legno, sorte da fine Settecento a inizio Novecento, patrimonio Unesco, per le palafitte di Castro e anche per i pinguini di due tipologie diverse: è l’unico luogo al mondo dove due specie convivono serenamente. Comunque una zona molto verde, con cottage, mucche al pascolo, poco traffico: a qualcuno sembrava d’essere in Irlanda… A Puerto Varas, sulle rive del lago Llanquihue e con magnifica vista sul vulcano Osorno, s’incontra un paese fondato da tedeschi che ne mantiene varie caratteristiche, dalle bandiere agli stinchi di maiale cotti alla bavarese. Non si può lasciare l’isola senza nominare il curanto, un piatto tipico dell’arcipelago di Chiloé, risalente a oltre seimila anni fa, che prevede un mix di frutti di mare, carne (maiale, pollo), salsicce e patate cotti in una buca nel terreno, come una pentola a pressione naturale: piatto tanto deludente in ristorante quanto fantastico quello preparato ad hoc dalla signora ospitante.
Tappa successiva Punta Arenas, affacciata sullo stretto di Magellano, che divide il Cile continentale dalla Terra del Fuoco, città di frontiera al confine con l’Argentina, frequentata dagli escursionisti diretti verso i ghiacciai. E quindi le visite qui portano a vedere in successione numerosissimi pinguini abituati a “convivere” con i turisti, pur sotto lo sguardo attento dei ranger; le Torres del Paine, enorme parco nazionale montuoso famoso per gli spettacolari ghiacciai, i laghi, le foreste, il cielo dagli azzurri cangianti; e poi i pinguini “reali”, seconda tra le 18 specie di pinguini, che vivono in colonie ben osservabili dai turisti disponibili a sopportare un vento tremendo.
È stato – questo in Cile – un viaggio-esperienza che ha fatto incontrare meraviglie naturali, persone belle e culture aperte, cogliendo ovunque una viva sensibilità verso la natura e la sostenibilità ambientale. Per noi turisti un dono e insieme un impegno ad aprire, ancor di più, mente e cuore a esperienze e tradizioni diverse, nell’utopia di una società più accogliente e capace di vivere in pace.
I due viaggiatori estremi del gruppo, Fabio e Luca, hanno completato il viaggio sull’isola di Pasqua, il cui nome indigeno è Rapa Nui. Il valore aggiunto della visita è stato vivere il Tapati Festival, la più importante celebrazione culturale locale. Nato negli anni ‘70 per preservare le tradizioni ancestrali, il festival coinvolge l’intera popolazione (diecimila abitanti di origine polinesiana) in competizioni sportive, artistiche e di danza, culminando con l’elezione di una regina: una festa non turistica ma identitaria, per la popolazione locale, svolta tutta esclusivamente in lingua rapa nui, con prove tipiche, dalla gara di lance al trasporto di caschi di banane.
Una parola meritano le cime, in Cile, alcune scalate la prima volta da alpinisti italiani, tra i quali il salesiano padre Alberto Maria Agostini; la Torre Norte fu scalata per la prima volta dall’esploratore Guido Monzino, per alcuni aspetti “padovano”.