Storie
Grappoli dorati che coniugano il lavoro di tante famiglie all’impegno di alcuni preziosi volontari. Almeno un anno di lavoro fino alla raccolta, poi l’appassimento, la torchiatura e la lunga fermentazione seguita da una paziente maturazione. Fino all’imbottigliamento dopo circa 24 mesi. C’è dell’arte e un saper fare antico, ma c’è anche un filo rosso – meglio, d’oro – che lega più generazioni in una trazione che si tramanda da quasi un secolo tra le colline di Valdobbiadene.
Nasce così il vin santo, chiamato a San Pietro di Barbozza anche “vin del prete”, dolce nettare eucaristico per la messa, utile anche per sostenere con la vendita di alcune bottiglie le iniziative della parrocchia rivolte al patronato e ai giovani. Una vera e propria tradizione che a San Pietro di Barbozza continua da almeno un secolo.
Protagoniste sono le aziende agricole e le realtà vitivinicole della frazione valdobbiadenese, ma anche le famiglie proprietarie di piccoli appezzamenti, che aderiscono a quella che un tempo si chiamava “questua”, per il prete e il campanaro, portando ciascuno ogni anno in canonica al momento della vendemmia alcune cassette di uva.
Una decina di volontari della parrocchia sono quindi impegnati nel lavoro operativo nella soffitta della canonica, dalla ricezione delle uve alla disposizione sui fili dove ogni grappolo viene appeso con la massima cura per l’appassimento. Fino agli anni Novanta per questa operazione si utilizzavano ancora i vecchi graticci che una volta servivano per la coltura dei bachi da seta, poi sostituiti da una struttura di legno con dei fili ai quali appendere i grappoli per l’areazione e l’asciugatura. E proprio qui l’uva resta appesa ad appassire per alcuni mesi in base all’annata, “accudita” dai volontari, per poi venire diraspata e pressata con il tradizionale torchio per estrarne il succo. Dal mosto, pregiato nettare dorato ricchissimo di glucosio e fruttosio, grazie ai lieviti propri insiti nell’uva, s’innesca la lunga fermentazione alcolica che lo trasformerà in vino. Sapienti travasi nei mesi successivi conferiranno limpidezza e stabilità fino all’imbottigliamento che avverrà circa in un paio d’anni di maturazione in damigiana.
«La vendemmia 2025 è stata buona, generosa – racconta Franco Santin, uno degli storici volontari della parrocchia, già titolare con la moglie Giulietta del bar della frazione – Assieme ai volontari ci siamo impegnati per ricavare anche quest’anno la migliore espressione del nostro territorio. La cosa bella e più importante è che per il vin santo tutte le famiglie di San Pietro di Barbozza portano una cassetta di uva. Così si ottiene una selezione più unica che rara, ottenuta dal raccolto di tante e diverse terre della nostra zona, ognuna con il suo gusto proprio e particolare».
Complice l’inverno passato, che è stato molto asciutto, la pressatura dei grappoli con il torchio è avvenuta lo scorso febbraio. «Ora – continua Santin – il vino sta svolgendo la fermentazione e poi riposerà in damigiana per maturare fino alla primavera del 2027, quando sarà imbottigliato e pronto al consumo. Ogni anno, in base alla qualità della vendemmia, produciamo circa un paio di damigiane di vin santo, un grande lavoro che dà sempre una bella soddisfazione. Non è sempre facile, comunque. Nel 2023, ad esempio, a causa della forte grandinata che ha colpito la zona, non è stato possibile produrlo: dipende sempre dall’annata».
«Dalla metà degli anni Sessanta – ricorda Santin – con l’allora parroco don Bruno Spoladore la tradizione della questua fu estesa alla parrocchia e non più al solo sostentamento del sacerdote, bensì a favore del patronato e delle iniziative per i giovani. Un indirizzo seguito da don Leonildo Ragazzo e ancora oggi da don Romeo Penon».
«Quella del vin santo è una bella tradizione che i nostri volontari portano avanti da tanti anni – chiosa il parroco di Valdobbiadene, don Romeo Penon – A loro va un sentito ringraziamento per l’impegno, come un grazie sincero va a tutte le aziende e famiglie che nel momento della vendemmia non dimenticano di portare in canonica una cesta colma dei propri grappoli migliori».

La soffitta della canonica di San Pietro di Barbozza è da sempre la sede operativa dei volontari per l’appassimento delle uve. Qui ogni grappolo viene appeso con la massima cura per favorirne l’areazione e la naturale asciugatura. L’uva resta ad appassire per alcuni mesi durante l’inverno in base alle condizioni climatiche della stagione, accompagnata dalle amorevoli attenzioni dei volontari. Dopo l’appassimento i grappoli vengono separati dal raspo e pressati con il tradizionale torchio per ricavarne il pregiato succo. Dal mosto, grazie ai lieviti propri insiti nell’uva, s’innesca la lunga fermentazione alcolica che darà vita al vino. Sapienti travasi nei mesi successivi conferiranno limpidezza e stabilità fino all’imbottigliamento che avverrà circa in un paio d’anni di maturazione in damigiana.