Non ho mai pensato di affittare una persona per andare al cinema tutte le volte che ci vado e potete immaginare che sono tante. Dopo la visione del film Rental family – Nelle vite degli altri di Hikari, pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki, ho pensato che se questo servizio attivo in Giappone già dagli anni ‘90 fosse disponibile anche in Italia, probabilmente molte persone avrebbero già iniziato a utilizzarlo per questa banale necessità e altre più complesse e delicate, come quelle raccontate dalla regista-sceneggiatrice di stanza in America, ma originaria di Osaka. Personalmente continuerei ad andare da sola, ma questo è un altro discorso, soprattutto perché il film lavora proprio su questo approccio non giudicante nei confronti di coloro che arrivano a consacrarsi al nolo.
I “prodotti” umani a disposizione sono i più disparati: dalla nonna a un figlio (sì!!!), dagli invitati a un matrimonio a un piagnone per esequie meno ingessate, da un’amante reclutata da un marito per millantare un tradimento nei confronti della moglie (ebbene sì, le vie della disfunzionalità sono infinite) a un adulatore che ti fa sentire ancora uno scrittore di successo, da un papà meno assente a un compagno fedele di Playstation. E d’altronde ognuno ha il suo menù di solitudini e frustrazioni. Chi ha visto anche Plan 75 di Chie Hayakawa, uscito in Italia nella primavera del 2023, o Ritrovarsi a Tokyo di Guillaume Senez nella primavera dello scorso anno, non si stupirà di queste controverse soluzioni nipponiche. Perché non esistono solo Perfect days (Wim Wenders) o il Toilet Project a Tokyo. Non se la passano proprio così bene e infatti diverse persone mi hanno scritto dicendomi di aver visto il film e di non aver capito come potesse essere indicizzato come commedia, visto che non capivano dove avrebbero dovuto ridere quando, invece, avevano ben chiaro dove il film li aveva sufficientemente lacerati. Al di là che noi italiani facciamo fatica a digerire i dramedy, perché vorremmo ridere senza intrusioni tragiche, Rental family, tutto organizzato attorno all’attore Brendan Fraser (Premio Oscar per The Whale), tocca le corde scoperte di ciascuno di noi perché tutti possiamo vantare dei vuoti per lutti, separazioni, fallimenti, “sfortune” o semplicemente perché è nell’ordine delle cose. Contrariamente al dolore e alla sofferenza per i quali questa società contemporanea cerca sempre estrosi rimedi che a qualcuno appariranno come capricciosi e ad altri come legittimi. Eppure ogni società sviluppa, o dovrebbe, i propri anticorpi e il film ragiona su quelli che una tale risposta di mercato sembra produrre nel paese del Sol Levante.
Si esce quindi con rinnovati buoni sentimenti, da persone ammodernate secondo i paradigmi odierni del business della solitudine, ma sempre entro certi limiti perché furbescamente Hikari conosce la soglia da non oltrepassare con uno spettatore occidentale di un prodotto di largo consumo, anche familiare, targato Searchlight ovvero Disney.
A tutti quelli che, invece, volessero fare una riflessione più sofisticata consiglio la visione di opere più complesse come Hamnet e Sentimental value dove la dinamica dell’interpretazione, tra teatro e cinema, certamente dialoga con dei vuoti senza mai riempirli, una sottile differenza che si chiama arte (della messa in scena) e non si trova in un’agenzia.