Mosaico
Dialogo e ascolto abitando il conflitto. Il noi che cambia le cose
Dal significato delle parole alle azioni di pace, le scuole primarie di Padova e provincia hanno ragionato su come risolvere i conflitti
MosaicoDal significato delle parole alle azioni di pace, le scuole primarie di Padova e provincia hanno ragionato su come risolvere i conflitti
“Conflitto” è una parola ricorrente nel nostro quotidiano, spesso connotata negativamente, identificata con la guerra e associata all’idea di sofferenza, odio, morte, povertà, distruzione, ingiustizia. Ma l’etimologia della parola, che vuole l’unione dei termini latini cum (con) e fligere (urtare, scontrarsi), in realtà le consegna un significato non ostile. Ne parlano in questi termini i filosofi antichi: «il conflitto è il motore del mondo» (Eraclito); «è un incontro e scambio di reciproco ardore, senza vincitori né vinti» (Lucrezio); «è vita, viaggio di un pellegrino» (Marco Aurelio). Con questa chiave di lettura si è sviluppato il percorso per la scuola primaria, che ha coinvolto le docenti e le classi di Borgo Veneto, Cadoneghe, Ponte San Nicolò e Campo San Martino. Può quindi il conflitto essere situazione inevitabile nelle relazioni con chi ha idee, esperienze, bisogni, desideri e punti di vista diversi dai nostri? Può essere occasione di confronto, per affrontare e superare le divergenze e uscirne arricchiti? Possono il dialogo e l’ascolto attivo essere gli strumenti per attraversarlo e arrivare a una sua risoluzione pacifica? Con queste domande le educatrici Carolina Guzman (Amici dei Popoli) e Arianna De Monte (Fare il Mappamondo) hanno accompagnato bambini e bambine a riconoscere le differenti modalità di affrontare i conflitti e analizzarne i pro e contro assumendo diversi punti di vista. «Tra gli obiettivi del laboratorio – afferma Carolina Guzman – quello a mio parere più accolto e condiviso dai piccoli partecipanti è stato senza dubbio la riflessione sulla gestione del conflitto». «Hanno capito che non c’è un modo solo per risolverlo – aggiunge Arianna De Monte – Facendo propria l’idea che rifuggire il conflitto è negativo, e che invece va abitato e attraversato con l’ascolto e la cooperazione». In classe questo attraversamento è stato fatto concretamente, con un passaggio simbolico nel “cerchio di fuoco del conflitto”, e poi, con la costruzione della scala del conflitto, elencando, in ordine di priorità, le azioni da compiere e quelle da evitare per risolverlo. Questo focus è stato individuato come fondamentale anche dalle docenti Angela Totaro e Federica Calgaro(scuola Marconi, Ponte San Nicolò): «Il percorso, da un punto di vista tematico, ha sicuramente stimolato tutti noi non solo a riflettere sull’argomento del conflitto, ma anche sul fatto che sia “inevitabile” e che quindi richieda soluzioni pratiche adeguate per attraversarlo. I vari stili di approccio al conflitto offrono quotidianamente ai bambini la possibilità di confrontarsi con il loro modo di agire, di autovalutarsi e quindi di attivare strategie più adeguate. Anche la costruzione e l’utilizzo della scala del conflitto è uno strumento altamente efficace. La metodologia attuata è un punto di forza, in quanto solo facendo i bambini vengono messi nelle condizioni di apprendere nel miglior modo possibile». Si può allora associare il conflitto a una cultura di pace intesa come ricerca costante di equità, cooperazione, armonizzazione delle diversità e inclusione? Si può costruire pace nella dimensione quotidiana, nei luoghi e con le persone che ci stanno attorno? Le classi hanno portato avanti la loro riflessione attraverso la scoperta di storie e testimonianze: storie di difensori dei diritti come Wangari Maathai o storie di comunità come quella brasiliana di Piquià. «Li abbiamo visti molto coinvolti e curiosi, sia nella fase di identificazioni e analisi del conflitto sia in quella di “drammatizzazione”, la cui efficacia sta nel mettersi in gioco in prima persona, ma nei panni di qualcun altro – raccontano Arianna e Carolina – Quando abbiamo proposto loro di assumere un punto di vista diverso, si sono impegnati nel capire la situazione e nella ricerca di una soluzione. Alcuni di loro, ascoltando gli altri, hanno anche cambiato posizione». E nel tornare, da storie e luoghi lontani, nella propria storia e nei propri luoghi di vita, «hanno constatato l’esistenza di molti punti di contatto e l’universalità di un pensiero di pace che trova posto anche nelle piccole e grandi azioni quotidiane».
Concluso il percorso con le educatrici, le insegnanti hanno portato a termine con bambini e bambine delle proposte di proseguimento del laboratorio. Azioni concrete di pace, per comunicare all’esterno quanto scoperto in classe: il cartellone con l’albero del conflitto, dove far emergere cause, effetti e soluzioni di un problema, o la toponomastica di pace, per dare un nome di pace a ogni luogo della scuola (parole, slogan, azioni da compiere o nomi di costruttori di pace).