Idee
«La tradizione politica e giuridica del Vecchio Continente saprà far fronte al fascino esercitato dal cappellino rosso del Maga (Make America Great Again, ndr) e al sogno imperialista di Donald Trump?». Se lo è chiesto, al Centro universitario di via Zabarella, il prof. Vincenzo Pace, studioso senior dello Studium Patavinum, in apertura della presentazione del volume Europa e Stati Uniti d’America: democrazie a confronto, curato dalla sociologa Monica Simeoni, docente padovana che insegna all’Università del Sannio di Benevento.
Il libro, edito da Carocci, permette di affrontare il tema da varie angolazioni. Si avvale, infatti, di una puntuale prefazione di Sergio Fabbrini, emerito di scienza politica e relazioni internazionali alla Luiss di Roma, che mette subito il dito nella piaga: «Con il Trump II si è aperto definitivamente un nuovo ciclo politico mirante a diffondere il modello autocratico e a svuotare quello democratico».
Per il prof. Pace si sta facendo strada un nuovo populismo: «Essere grandi significa in primo luogo difendere i propri piccoli interessi. Il populismo in Europa è un fenomeno antico, che però ha conosciuto una ripresa negli ultimi 25 anni. Non c’è, infatti, nessun Paese in Europa in cui non sia nato o si sia sviluppato un partito populista, con percentuali di consenso elettorale che vanno dal 5 per cento al 27-28 per cento».
Ma perché il populismo trova nuovi proseliti? «C’è qualcosa – ha sottolineato Pace – che ha mandato in tilt il sistema nervoso dell’Europa: è il fenomeno migratorio. In 40-50 anni, per effetto dei flussi migratori, l’Europa ha subito una profonda trasformazione socio-politica e socio-religiosa. In linea con slogan del tipo “padroni a casa nostra”, la nostra società viene percepita come “abitata da estranei”. Strada facendo l’Europa è passata dall’idea di bloccare i flussi migratori all’occultamento del problema. Ma ora, però, ci sono i figli dei figli degli immigrati delle prime ondate, che sono nati qui e che hanno assunto gli stessi nostri stili di vita. Sul tema dell’emigrazione l’Europa è spappolata e sull’orlo di una crisi di nervi. Anche Trump ha puntato moltissimo sul contenimento dei flussi migratori. E ora noi, che abbiamo festeggiato lo storico abbattimento del Muro di Berlino, dobbiamo contare in giro per il pianeta ben 73 muri costruiti per contenere l’emigrazione e bloccare la mobilità delle persone». Così sono state sdoganate parole terribili come “deportare, catturare, campi di confinamento”.
«Se Maga – ha osservato ancora il prof. Pace – significa tornare a essere grandi nel mondo, l’Europa non può gareggiare con chi vuole essere un impero in competizione con Russia e Cina. In questa logica l’Ucraina è solo una zeppa nel gioco della spartizione del mondo». Su questo punto soccorre, nel volume di Simeoni, il contributo della politologa Nadia Urbinati, che ricorda come la pandemia sia stata «dirompente nel dimostrare i limiti dell’identificazione della sovranità con la rivendicazione gelosa degli interessi di un solo popolo sovrano, prima e al di sopra di tutti gli altri. La distribuzione di vaccini a basso costo a tutti gli Stati è stata una decisione senza precedenti in Occidente e, ancor più, paradigmatica delle virtù di un potere sovrano aumentato a livello sovranazionale».
Fondamentale appare poi il richiamo ai rapporti tra il trumpismo e la religione (enfatizzati mediaticamente dalla preghiera con i pastori evangelici nello studio Ovale), che nel volume di Monica Simeoni vengono messi a fuoco dal prof. Massimo Faggioli, docente alla Villanova University. «La differenza principale rispetto all’Europa – scrive Faggioli – è che in America la scelta di lasciare la Chiesa cattolica o il cristianesimo significa spesso abbracciare un’altra Chiesa o un’altra religione, oppure “inventarsi” una nuova religione o visione del mondo: è diverso dal laicismo post-cristiano con cui l’Europa è familiare, e corrisponde a un’idea imprenditoriale del sé, alla continua ricerca di un’ottimizzazione che si riduce, anche nella spiritualità, ai manuali di self help popolari nelle librerie da aeroporto così come su Amazon».
Luigi Gui, docente di sociologia generale a Trieste, ha fatto riferimento al crescente individualismo che caratterizza la nostra epoca. Il tema è affrontato nel volume da Michele Sorice, docente alla Sapienza di Roma. Eccoci allora catapultati in quello che Cédric Durand ha battezzato come tecnofeudalesimo: «Una sorta di sistema post-neoliberista che sta sostituendo il capitalismo tradizionale, connotandosi per la centralità e il dominio (anche politico) delle grandi piattaforme digitali che si muovono come grandi “signori digitali”». In questa prospettiva, ha messo in guardia Gui, «gli elettori sono diventati una classe di servi digitali». Esclusi sia dai benefici economici della digitalizzazione che dalla piena partecipazione ai processi democratici, che sempre più si svolgono negli spazi digitali controllati dalle élite tecnologiche e dai super-ricchi. «Purtroppo – ha argomentato Monica Simeoni – una nuova piramide invisibile impone le sue regole e ci porta dal welfare al warfare (war, in inglese, guerra, ndr). La parola “valori” sembra quasi un termine del passato. Non a caso Mario Del Pero, docente a Sciences Po a Parigi, ha intitolato la sua ultima fatica Buio americano. Come difendersi? In primis con una democrazia rappresentativa virtuosa. Simeoni richiama nel suo libro le parole dell’ex presidente della Repubblica Ceca Vaclav Havel «sul progetto europeo e i compiti di un continente che non sono la sua egemonia, ma il recupero di un’identità spirituale per testimoniare una convivenza pacifica ed equa». E, a un anno dalla scomparsa, risuona forte il monito di papa Francesco nell’Evangelii Gaudium: «Dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e dell’iniquità».