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Viene presentato proprio il 25 marzo, il Dantedì, alle 18 all’istituto Barbarigo di Padova, il libro di Giovanni Ponchio, presidente della Fondazione Bortignon e per oltre 40 anni insegnante di letteratura italiana, storia e filosofia nei licei padovani, Dante e Padova. Come olio sull’acqua (Editoriale Programma, pp. 224). Un libro che nasce da lontano e da alcuni interrogativi.
«Se noi guardiamo agli studi danteschi – racconta l’autore – nessuno ha analizzato il rapporto tra Dante e la nostra città. Generalmente si parla di quelle città contro cui fa delle polemiche furibonde a cominciare da Firenze, Lucca, le città della Romagna. Nei confronti di Padova ha un atteggiamento di sotterranea malevolenza. Questo è il punto da cui sono partito. Nei fatti si traduce nella figura di Antenore che nella tradizione virgiliana, e Virgilio non a caso è una delle guide di Dante, è presentato come un principe saggio e probo, compagno di Enea nella fuga da Troia che invece di seguire il percorso che ha fatto Enea, risale l’Adriatico e fonda Padova. Questa è la tradizione di Virgilio, poi ripresa anche da Tito Livio. Ma Dante fa di Antenore il traditore della patria, anzi l’emblema di tutti i traditori, perché Antenora è il luogo dell’Inferno, situato nel lago ghiacciato di Cocito, destinato proprio alla punizione dei traditori della patria. Ma allora perché Dante trasforma un eroe positivo in un eroe negativo, emblema del tradimento?». Altri sono poi i riferimenti agli antenori come traditori, come ad esempio nel quinto canto del Purgatorio. «Dante non attacca mai direttamente Padova, ma in questo caso ne stravolge i miti fondativi».
Un’altra figura alla base della ricerca del prof. Ponchio è Antonio da Padova. Di lui non si fa alcun cenno: impossibile però che Dante non lo conoscesse, perché Antonio è morto nel 1231, l’anno successivo è stato fatto santo dallo stesso papa, Gregorio IX, che aveva fatto santo prima di lui Francesco e dopo di lui Domenico, entrambi in Paradiso ed entrambi esaltati, guarda caso, da Bonaventura da Bagnoregio, colui che aveva scoperto la lingua incorrotta di Antonio. «Come mai non lo cita? E non cita nemmeno la straordinaria basilica che nel frattempo era stata costruita sul corpo di Antonio? Che cosa ha causato la malevolenza di Dante nei confronti di Padova?».
La conclusione cui giunge l’autore è che Dante rappresenta l’ultima grande sintesi della cultura medievale mentre a Padova, proprio nel periodo comunale di cui stiamo parlando, stava nascendo una nuova cultura, quello che potremmo dire umanistica e scientifica i cui esponenti maggiori sono Albertino Mussato e Pietro D’Abano. «Possiamo dire – conclude Ponchio – che i segni del livore dantesco, non sono tanto di natura personale, ma culturale. Non esistono veri punti di contatto fra Dante e Padova: proprio per questo il sottotitolo del libro è come olio sull’acqua, due elementi che non riescono a dialogare tra di loro».
Il libro di Giovanni Ponchio viene presentato al Barbarigo il 25 marzo, data che secondo gli studiosi segna l’inizio del viaggio nell’aldilà di Dante, raccontato nella Divina Commedia. A dialogare con l’autore ci sarà la prof.ssa Lorena Beghin. Ingresso libero. Una seconda presentazione sarà il 27 marzo alle 18 alla Biblioteca Civica Federico Talami di Abano Terme.