Idee
Tra i dettagli che colpiscono nelle immagini e nelle storie delle persone migranti, anche quelle che arrivano in Italia sopravvivendo a ua rischiosissima traversata nel Mediterraneo, c’è certamente il fatto che tutti hanno in mano un cellulare.
Forse non hanno altri vestiti che quelli che indossano; quasi mai portano con loro una valigia di effetti personale. Tutti però hanno uno smartphone. Qualcuno ne deduce che in realtà non sono poi così poveri come sembrano, non sapendo forse che anche tutti i senza fissa dimora che abitano le nostre città hanno un cellulare, magari vecchio, usato, ma comunque sempre connesso.
Gli studiosi dei fenomeni migratori sottolineano questa radicale novità: il migrante di oggi è una persona online. Il digitale ha cambiato radicalmente le forme di relazioni appartenenze sociali delle persone che lasciano la propria terra, con un risultato carico di luci e ombre.
A livello familiare, il migrante online può mantenere le relazioni con parenti e amici, evitando quelle forme di sradicamento brutale che hanno caratterizzato fino a ieri le grandi migrazioni. Una video chiamata quotidiana è decisamente meglio di una lettera che impiegava mesi ad arrivare. Al contempo l’esibizione costante della propria vita sui social rischia di diventare la consacrazione di un fallimento e indurre alla menzogna, mostrando una vita migliore di quella che in realtà si è riusciti a raggiungere.
La scia di dati lasciati continuamente da uno smartphone acceso è un secondo fenomeno da considerare: molto utile se si deve rintracciare una persona, molto meno, almeno dal punto di vista dell’interessato, se non si vuole o non si può essere ritrovati.
Non sono infine poche le applicazioni tecnologiche pensate per chi si trova a vivere in un’altra nazione. Grazie anche ai sistemi di intelligenza artificiale oggi ci sono applicazioni che permettono di tradurre facilmente anche in dialetti poco utilizzati, che forniscono dati reali circa enti e iniziative assistenziali, che aiutano a cercare casa e lavoro.
C’è però un altro aspetto che merita di essere menzionato guardando al fenomeno migratorio al tempo dell’IA. Uno dei problemi fondamentali, soprattutto con persone rifugiate e richiedenti asilo, è la verifica dell’identità reale e dell’autenticità delle storie personali, decisive per l’accoglienza di una richiesta. Oggi la quasi totalità di queste pratiche è svolta attraverso la raccolta di dati biometrici (riconoscimento facciale, impronte digitali, analisi dell’iride e del DNA) gestita direttamente dall’IA.
Quello che, per certi versi, è un passaggio che rende alcune procedure più efficienti e veloci, al contempo si rivela essere un metodo rischiosamente disumano. Si perde infatti tutta quella complessa e lunga fase di ascolto delle storie che segnano i vissuti di queste persone. Talvolta tragiche, quasi sempre faticose, anche false, comunque cariche di speranza per un futuro migliore.
Nell’infinito dibattito sull’impatto dell’IA nella nostra vita quotidiana, spesso emerge il tema dell’impossibilità a ridurre una persona ai suoi dati. Nel caso delle persone migranti, dei rifugiati e di quanti chiedono asilo, questo fenomeno è particolarmente evidente. È terribile pensare che, grazie alla tecnologia, nessuno guardi queste persone negli occhi, che nessuno ascolti la loro storia, fosse anche una goffa o raffinata menzogna, che nessuno possa accogliere la loro fatica e il loro dolore.
È inumano pensare che una decisione tanto gravida di conseguenze per la vita di una persona (e magari di una intera famiglia che in lui ha riposto le sue speranze) possa essere presa da un algoritmo che valuta corrispondenze biometriche e fattuali.
Anche in riferimento al complesso fenomeno migratorio, l’IA ci chiede di essere umani, ci rimanda alle nostre responsabilità e al mondo che vogliamo. Ci chiede se vogliamo essere persone che trattano le persone da persone, o ci accontentiamo di gestire pratiche: la forma migliore per non ascoltare le storie.