Idee
A qualche giorno di distanza dalla chiusura delle urne, dal referendum costituzione del 22-23 marzo emerge una serie di dati e di punti interrogativi con cui prima o poi la politica di casa nostra dovrà fare i conti. Anzitutto l’affluenza, oltre ogni previsione, che sfiora il 59 per cento (secondo dato di sempre per una consultazione referendaria dopo quella del 2016), e quella dei giovani in particolare, che tra i 18 e i 28 anni di età arriva al 67 per cento. Quindi il messaggio politico chiaro che arriva al Governo Meloni attraverso il No netto alla riforma dell’ordinamento della magistratura. Infine il rapporto degli italiani con la carta costituzionale, più volte cambiata, altre volte difesa. Di tutti questi temi abbiamo parlato con Paolo Graziano, ordinario di Scienza politica all’Università di Padova.
Professore, dal suo punto di vista quali fattori hanno spinto così in alto l’affluenza?
«In effetti ci troviamo di fronte a un dato straordinario per un referendum. Più basso rispetto alle Politiche del 2022 (63 per cento, ndr), ma molto più alto rispetto alle Europee di due anni fa e alle recenti Regionali, in Veneto non si è arrivati al 50 per cento. Il segnale è forte: c’è volontà di partecipazione, espressa dalla popolazione attraverso lo strumento referendario che permette di prendere una posizione netta rispetto a un tema specifico. Una possibilità che le elezioni, anche a causa delle leggi elettorali in vigore, non permettono più. È vero, il tema era complesso e quindi erano fondate le riserve sull’opportunità di sottoporre ai cittadini un quesito come questo, e tuttavia hanno prevalso la volontà di esprimere la propria opinione e di ancorare la vita della nostra Repubblica ai valori costituzionali».
La grande partecipazione dei giovani è un dato assai rilevante.
«Da parte delle giovani generazioni arriva con ancora più forza l’interesse a partecipare. Negli anni, anche oltre confine, abbiamo registrato dati contraddittori sulle loro intenzioni rispetto alla vita politica, ma questo referendum dimostra che, quando si presentano loro questioni di rilievo, l’interesse emerge eccome. Si tratta di un segnale diretto a tutte le forze politiche: se coinvolti nel modo corretto, i giovani ci sono e testimoniano di avere a cuore la Costituzione della Repubblica».
Che cosa ci dice questo referendum sullo stato di salute della nostra democrazia rappresentativa?
«La grande affluenza ci consente di tirare un sospiro di sollievo. Tuttavia occorre riflettere a partire da due importanti fattori. Anzitutto, i cittadini – e i giovani in particolare – partecipano se possono incidere. In un referendum come questo, senza quorum, la scelta del singolo conta molto di più, anche rispetto alle elezioni. In secondo luogo, è evidente che si predilige uno strumento di democrazia diretta come il referendum, mentre l’affluenza alle elezioni denota una certa sfiducia rispetto alla nostra democrazia rappresentativa, d’altronde i sondaggi sulle istituzioni e le forze politiche non sono lusinghieri. Si cercano altre vie per partecipare in modo più significativo».
È possibile che l’attaccamento degli Italiani verso la loro Costituzione finisca per limitare l’innovazione del Paese, come accade oggi secondo i fautori di questa riforma e come sarebbe accaduto nel 2016 con la riforma Renzi?
«Non direi, anche perché la Costituzione, in questi 78 anni dalla sua entrata in vigore, è già stata cambiata oltre venti volte. In questo caso registriamo semmai l’attaccamento popolare a principi cardine per il funzionamento della democrazia come la separazione dei poteri dello Stato. La Costituzione funziona, sì rifiutano interventi sui criteri fondamentali della Carta».
C’è un messaggio politico rivolto al Governo in questo voto?
«Penso che si tratti di un esito dal forte valore politico, anche perché se osserviamo i flussi di voto c’è stato un alto grado di fedeltà degli elettori rispetto alle indicazioni espresse dai partiti di riferimento, con qualche eccezione. Ora, ci troviamo a un anno dalle elezioni politiche e dodici mesi sono lunghi, a meno che la presidente del Consiglio non tenti la via delle elezioni anticipate, che però mi sembrano escluse. I cittadini esprimono con forza un messaggio chiaro: attenzione a non forzare la democrazia rappresentativa. L’iter parlamentare che ha portato all’approvazione di questa legge costituzionale (con quattro passaggi nelle due Camere senza emendamenti, ndr) non è stato apprezzato dalla popolazione e in particolare da chi si affaccia per la prima volta alla vita politica dalla quale tende a sentirsi escluso o lontano, non a caso negli ultimi giorni di campagna referendaria Giorgia Meloni ha partecipato anche al podcast di Fedez per parlare ai più giovani».
Crede che le altre riforme costituzionali annunciate dal Governo, l’Autonomia differenziata e il Premierato, siano oramai su un binario morto, almeno per questa legislatura?
«Per quanto riguarda il Premierato direi che non ci sono più le condizioni per procedere, mentre l’Autonomia differenziata si trova a un punto più avanzato del percorso, ma richiede molti anni. Il mio auspicio è che, nonostante la forte polarizzazione che abbiamo constatato durante la campagna referendaria, maggioranza e minoranza siano in grado di affrontare nel clima politico migliore possibile il confronto sulla legge elettorale. Il disegno di legge attualmente depositato in Parlamento finirebbe per sacrificare troppo la rappresentatività in nome di una spiccata governabilità. L’esito di questo referendum dimostra che non serve costruire governi granitici attraverso ampi premi di maggioranza artificiosi, è necessario semmai far funzionare meglio la democrazia rappresentativa inserendo maggiori momenti di partecipazione, come assemblee cittadine e bilanci partecipativi».
Dopo mesi estenuanti di campagna referendaria, rischiamo oggi di approdare direttamente alla campagna elettorale, anticipata magari da quella per le primarie del “campo largo”, mettendo in secondo piano temi centrali come l’economia e l’energia?
«Non mi spaventa la campagna elettorale oggi. Le campagne elettorali, anzi, si costruiscono proprio sui temi più importanti per la vita del Paese, e occorre riconoscere a questo Governo di aver messo in pratica le cose che aveva annunciato quattro anni fa realizzando il proprio programma. Mi spaventano semmai i toni aggressivi che abbiamo respirato in queste settimane, collegati agli esiti referendari. Se il clima non svelenisce, rischiamo che la partecipazione da parte dei giovani torni al 40 per cento, come nel 2022».