Fatti
Siamo entrati nell’anno pre-elettorale e non in senso generico – la legislatura avrà comunque nell’autunno 2027 il suo epilogo naturale – ma proprio con il calendario alla mano, se è vero che è assai probabile un anticipo del voto politico alla primavera del prossimo anno. Un anticipo “tecnico” per evitare che riaccada quanto avvenuto nel 2022, con l’inedito intreccio tra elezioni e sessione di bilancio. Una problematica sovrapposizione dovuta alla crisi del governo Draghi ma indirettamente collegata alle vicende della fine della pandemia. Un anticipo di qualche mese potrebbe sembrare un’eventualità di scarso rilievo, ma non è così perché vorrebbe dire – ad esempio – che la prossima manovra economica sarà quella con cui l’attuale maggioranza si presenterà agli elettori. Non a caso la scarsa portata della manovra approvata a dicembre scorso è stata spiegata anche con la volontà dell’esecutivo di non bruciare le già esigue risorse in vista del gran finale. Che poi tanto grande non potrà essere, anzi, dato che le vicende internazionali hanno terremotato il quadro globale soprattutto per quanto riguarda il mercato dell’energia. La partita economico-finanziaria diventa così la principale sfida che Giorgia Meloni dovrà affrontare nel dopo referendum. I segnali non sono rassicuranti, anche la possibilità di uscire prima del previsto dalla procedura d’infrazione europea – con importanti margini di movimento aggiuntivi – sembra fortemente a rischio. Il governo attende con ansia i dati definitivi dell’Istat, ma il clima sociale si è ulteriormente complicato: l’indice di fiducia dei consumatori ha subìto un forte calo (tanto più che l’inflazione ha rialzato la testa) e la Confindustria ha reagito molto negativamente al recente decreto pensato proprio per aiutare le imprese.
Non avendo molte carte da giocare su questo terreno, la premier ha adottato una linea più dura del previsto nel resettare le questioni interne del suo partito. Certo, i provvedimenti nei confronti di alcuni personaggi erano attesi da fin troppo tempo e ora vedremo fino a che punto arriverà l’operazione. Di sicuro a Palazzo Chigi il colpo del referendum si è fatto sentire forse più di quanto fosse apparso in un primo momento. La sconfitta in un quadro di crescita della partecipazione è stato un vistoso campanello d’allarme nella prospettiva dell’appuntamento con le urne del prossimo anno. Il che potrebbe spingere la premier ad accelerare il percorso della legge elettorale. Ma ci sono almeno due incognite. La prima, interna alla maggioranza, è la necessità di trovare un accordo convinto, non solo formale, con Lega e Forza Italia. La seconda riguarda il rapporto con le opposizioni. L’esito del referendum dovrebbe sconsigliare forzature su una materia di grande delicatezza istituzionale, ma ha anche reso plasticamente evidente che con il sistema attuale il centro-sinistra (variamente declinato e allargato) potrebbe prevalere o comunque ottenere una sorta di pareggio. L’argomento è di fondamentale importanza anche per le opposizioni non solo – com’è ovvio – in chiave generale, ma anche per la spinosissima contesa tra Pd e M5s sulla leadership. Una diatriba che paradossalmente sta mettendo in secondo piano il successo del No al referendum e che sarebbe almeno in parte disinnescata con un sistema elettorale che non prevedesse l’indicazione prima del voto del candidato premier.