Fatti
E se lo dice il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che siamo a rischio recessione, c’è da credergli e da stare in allerta: non sono passati molti anni dallo shock-Covid e l’Italia già da prima della guerra Usa-Iran camminava alla velocità di un bradipo. Ora l’aumento del prezzo degli idrocarburi (petrolio e metano) si sta già schiantando sul nostro Paese, che vede rincarare immediatamente tutti i costi di trasporto e quelli di produzione dell’elettricità. Impossibile salvarsi nel breve periodo e molti rincari si scaricheranno anche nei prossimi mesi.
Tecnicamente, si parla di recessione quando il prodotto interno lordo (Pil) registra una contrazione per due trimestri consecutivi. Non è la parola a far paura, ma cosa si nasconde dietro di essa: minori consumi dettati da un impoverimento generale; minore produzione industriale; minori investimenti (e poi: minori entrate per lo Stato; crescita del debito pubblico…).
Una spirale negativa che è difficile da invertire. Ci vorrebbe un massiccio aiuto pubblico all’economia: lo può fare la Germania che ha la pancia piena di soldi, non può farlo l’Italia che non ha alcuno spazio di spesa pubblica possibile. Siamo sotto osservazione (procedura d’infrazione) per debito eccessivo; fatichiamo a stare dentro i parametri di spesa impostici dall’Unione Europea; già trovare un miliardo e mezzo di euro per far calare le accise sulle benzine è stata un’impresa epica. Le casse sono vuote, i margini di manovra inesistenti.
A peggiorare la situazione è proprio quel che ha detto il ministro Giorgetti, che non ha paventato una recessione italiana, ma addirittura europea. Significa consumi freddi in tutti quei Paesi in cui esportiamo le nostre merci, voce economica vitale per un Paese che vive di export com’è l’Italia. Noi compriamo materie prime (ne abbiamo poche), le trasformiamo e poi rivendiamo i prodotti finiti. Se troviamo clienti: ma i dazi americani, ma l’Estremo oriente in difficoltà come noi, ma i Paesi del Golfo paralizzati, ma l’Europa a rischio recessione…
Non ci voleva. Tutto dipenderà da come evolverà la terza Guerra del Golfo Persico. Se la situazione si stabilizzerà rapidamente, ci sono i margini per recuperare almeno in parte la situazione. In caso contrario, la recessione sarà una certezza che si abbatterà su ogni settore della nostra economia.
Sullo sfondo, l’esaurimento dei soldi stanziati dall’Europa per il Pnrr entro la fine del 2026: si potrà chiedere all’Ue di allungare il termine di chiusura dei lavori finanziabili; si potrà pure chiedere di chiudere un occhio su sforamenti e mancato rispetto di impegni assunti sul bilancio. Ma alla fine rimarranno due strade percorribili per sostenere con decisione un’economia in crisi: o tagliare la spesa pubblica, o fare più debiti. Insomma: o padella o brace.