Idee
L’uccisione di Gino Luisari e Italo Cavalli, per mano fascista, avvenne il 28 giugno del ‘44. Lo ricordano due lapidi sul ponte del canale di Cagnola, vicino a dove avvenne il fatto, che è commemorato ogni estate. “È stato durante una di queste ricorrenze – spiega Gobbo – che ho notato il rischio di cristallizzarci nella retorica su due uomini esemplari, ma delle cui vite e di come soprattutto erano diventati partigiani, si sapeva poco”.
La ricerca è dunque partita nel 2009 e si è snodata tra gli Archivi di Stato di Padova, Ferrara e Roma, vari centri studi e tra le memorie dei familiari delle vittime.
“Più semplice da ricostruire, perché rigorosa e coerente, la figura di Gino Luisari. Socialista ferrarese, fu attivo tra scioperi e proteste dei braccianti nel biennio rosso. Dopo l’ascesa del regime, rifiutò la tessera del fascio, vivendo perciò sorvegliato e in povertà. Si rifugiò a Padova negli anni Trenta e fu mandato, a guerra in corso, al confino a Grassano, in Basilicata, con l’accusa di disfattismo, per aver sottolineato incertezze belliche tedesche in pubblico, al Caffè Pedrocchi. Scontata la pena, al rientro in città aderì al partito comunista e alla Resistenza. Diventò vicecomandante delle Brigate Garibaldi, curando la propaganda clandestina, finché a 55 anni, il 28 giugno del ‘44 fu arrestato, perché trovato in possesso di una lettera compromettente del figlio partigiano, nascosto tra i monti”. Dopo aver resistito a terribili torture e non aver rivelato dettagli che avrebbero potuto far crollare tutto il movimento del Veneto, la notte stessa Gino Luisari fu prelevato dalla prigione, portato a Cagnola, fucilato e gettato nelle acque del canale del paese, assieme a Italo Cavalli.
“Enigmatico invece il profilo di questo avvocato liberale, che dapprima aderì al fascismo, ma poi se ne allontanò e infine confluì nella Resistenza. Affarista di successo e spregiudicato, tanto da macchiarsi di truffa, fu anche attivo promotore dello sport padovano, tra alpinismo, calcio e rugby”. Una complessa vicenda poliziesca lo portò alla tragica fine. Ci fu infatti un malinteso su un progetto di complotto contro un’autorità locale, attribuito a Cavalli. Prima che le accuse venissero verificate, i nemici, appartenenti alle frange fasciste più violente, colsero l’occasione per eliminarlo, con estrema efferatezza, riservata a un traditore.
“Il libro – conclude Gobbo – ha lo scopo di approfondire queste due vicende umane e politiche, con i loro chiaroscuri, specie nel caso di Cavalli, considerando pure le diverse correnti presenti nel mondo fascista (così come c’erano in quello partigiano), senza retorica, ma anche lontano da certo pericoloso revisionismo odierno, perché è indubbio che c’era chi combatteva dalla parte giusta e chi da quella sbagliata”.
Una curiosità: il titolo del libro riprende una toccante poesia in dialetto, riportata nel testo, scritta dal signor Vittorio Bettio, bambino all’epoca dei fatti, abitante di Cagnola, che aveva assistito al recupero dei corpi dei due partigiani, il mattino dopo la strage. Con semplicità diretta ed efficace, i versi esprimono lo sgomento e l’orrore della comunità, che fu profondamente segnata dal fatto.
Il libro è edito da Cleup, con il sostegno di Anpi e Regione Veneto. Non è in vendita, ma dopo le anteprime a Cartura e a Padova, viene presentato a Este, il 24 aprile alle 21, al chiostro delle Consolazioni.