Skip to content
  • Edizione Digitale
  • Abbonati
logo
  • Ultimi Articoli
  • Sezioni
    • Chiesa
    • Idee
    • Fatti
    • Mosaico
    • Storie
  • Viaggio in Calabria 2026
  • Speciali & Mappe
  • Rubriche
  • EVENTI
  • Scrivici
  • Edizione Digitale
  • Abbonati
Area riservata

Chiesa IconChiesa
In dialogo con la Parola

venerdì 24 Aprile 2026

Siamo condotti dal pastore bello alla piena libertà

IV Domenica di Pasqua (anno A) Atti 2,14.36-41 | Sal 22 (23) | 1 Pietro 2,20b-25 | Giovanni 10,1-10
don Riccardo Betto

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Ci sono immagini, segni e riferimenti che più di altri rimangono impressi nella memoria del cuore. Ci troviamo a usarli quando vogliamo esprimere e veicolare con convinzione un determinato messaggio. Anche Gesù amava parlare usando o richiamando alcune immagini, immediatamente comprensibili ai suoi interlocutori. Nello stesso tempo, è vero che le sue parole erano enigmatiche e lasciavano spiazzate le persone. E il capitolo 10 dell’evangelista Giovanni, che viene proclamato ogni anno nella quarta domenica di Pasqua, richiede un percorso di riflessione, di introspezione e di ricerca personale. In questo capitolo, Gesù richiama l’immagine del pastore molto cara al popolo d’Israele e presente nell’Antico testamento. È un’immagine evocativa quella che è definita impropriamente del “buon pastore”: infatti, il termine greco kalos andrebbe tradotto con “bello”. Gesù, infatti, non è stato solo buono ma soprattutto un uomo bello: in tanti modi ha rivelato la sua bella umanità e l’ha messa e la mette a servizio della nostra umanità, affinché anche noi sappiamo prenderci cura della nostra bellezza.

Meditando il Vangelo di questa domenica, mi sento di poter affermare che la bellezza si plasma in noi nella misura in cui prendiamo consapevolezza delle nostre dinamiche e sappiamo riconoscere i recinti (atri e cortili del tempio) che rischiano di essere le nostre prigioni. La premura del pastore bello è investire sulla nostra coscienza perché sappiamo riconoscere i veri pastori dai ladri e dai briganti. È la coscienza che sa riconoscere la voce del vero pastore, che ci fa intravvedere le strade e i passaggi verso una vera libertà. Innanzitutto, sento l’esigenza di purificare il nostro linguaggio e di non abusare del termine “pastore” attribuendolo di diritto ad alcune persone. Chi, infatti, per scelta e per grazia, si trova a svolgere un servizio nella Chiesa non deve mai dimenticare che è un collaboratore dell’unico pastore bello che è Gesù. A partire da questa consapevolezza, provo a attualizzare questo Vangelo.

Spesso, nella vita, soprattutto nei tratti di strada più impegnativi, ci rendiamo conto che non possiamo bastare a noi stessi; abbiamo il bisogno (anche se non è scontato per tanti) di essere aiutati e di essere accompagnati nel nostro cammino spirituale e nell’evoluzione umana. Così, ognuno ha avuto e ha dei punti di riferimento, dei maestri, delle guide: è un bagno di umiltà e un atto di coraggio riconoscerci pecore che hanno bisogno di essere chiamate per nome, raccolte, custodite e condotte.
Fin dalla nostra infanzia alcuni si prendono cura di noi; crescendo poi siamo noi a scegliere delle guide spirituali o abbiamo il bisogno di avvalerci di persone che hanno determinate competenze sulla psiche umana. Sono persone alle quali ci affidiamo, che ci chiamano per nome (cioè riconoscono ciò che siamo) e noi riconosciamo la loro voce, la loro autorevolezza. Così ci aiutano a maturare una fede adulta, rinnovata e libera, a elaborare alcuni vissuti di sofferenza e a rialzarci, a relazionarci in modo sano, a investire la nostra interiorità con sapienza, a cercare quella “vita in abbondanza” di cui parla Gesù. Ed è onesto anche riconoscere che nella vita c’è un tempo in cui si ha bisogno di stare nel recinto, cioè in uno spazio che aiuta a sentirci sicuri, a formarci, a condividere. Tuttavia, non si può rimanere tutta la vita dentro determinati recinti (gruppi, movimenti, strutture, certe immagini di Dio o modalità di vivere la fede): c’è un tempo in cui bisogna essere “cacciati fuori” per riappropriarci del cammino della spiritualità e della vita. Il pastore bello questo fa in realtà.

Non possiamo nasconderci nel dire che ci sono persone, guide ed esperienze che creano relazioni di ricatto e di dipendenza: sai che la vita è fuori del recinto, ma senti che il senso di colpa, la paura di crollare; i cammini di accompagnamento che non hanno mai una fine rischiano di tenerti dentro. Inoltre, ci sono relazioni che ti rubano la vita, la serenità, la tua libertà; relazioni compensatorie e assolute in cui ti ritrovi a essere un numero e non riesci più a evolvere. Ti fanno sentire apparentemente bene e protetto, quando in realtà sei in gabbia.
Il pastore bello è colui che nella vita realmente ha a cuore la tua crescita, ti accompagna, ti spinge fuori da qualsiasi recinto, cammina davanti ancora per un tratto di strada e poi ti lascia andare libero. Ti aiuta a dare lancio ai tuoi sogni, alle tue evoluzioni, alle nuove prospettive, ad un’immagine autentica di Dio. È alleato della tua vita ma non è il padrone! Nel chiamarti per nome riconosce chi sei ma al momento opportuno ti lascia andare perché ha attivato la ricerca, le risorse, la fiducia per camminare nel mondo. «Io sono la porta delle pecore»: la porta è per antonomasia ciò che ti permette di passare da un luogo a un altro. Questo è il Dio di Gesù Cristo: è passando attraverso di lui che posso cambiare ed è lui che mi fa entrare e uscire con una libertà incondizionata. E allora mi chiedo: quali passaggi attraverso lui sono chiamato a compiere? Sono quei passaggi possibili nella misura in cui sento la sua fiducia invitarmi a scommettere su quelle spinte interiori che mi portano a riprendere la vita e lo spazio del mio futuro. Dunque, sentiamoci custoditi, lasciamoci guidare e condurre da colui che «è venuto per donarci la vita, vita in abbondanza».

Ultimi articoli della categoria

Ecco che si rivela la pedagogia del Dio di Gesù Cristo

giovedì 16 Aprile 2026

Ecco che si rivela la pedagogia del Dio di Gesù Cristo

«Mio Signore e mio Dio»: il passaggio dal dubbio a una fede più profonda

venerdì 10 Aprile 2026

«Mio Signore e mio Dio»: il passaggio dal dubbio a una fede più profonda

Le corse del mattino di Pasqua

venerdì 3 Aprile 2026

Le corse del mattino di Pasqua

Condividi su
Link copiato negli appunti
Logo La Difesa del Popolo
  • Chi siamo
  • Privacy
  • Amministrazione trasparente
  • Scrivici

La Difesa srl - P.iva 05125420280
La Difesa del Popolo percepisce i contributi pubblici all'editoria.
La Difesa del Popolo, tramite la Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici) ha aderito allo IAP (Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria) accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.
La Difesa del Popolo è una testata registrata presso il Tribunale di Padova decreto del 15 giugno 1950 al n. 37 del registro periodici.