Idee
La storia di Wendy Duffy, 56 anni, ex operatrice socio-sanitaria delle West Midlands, è diventata pubblica il giorno prima della sua morte. Lo ha voluto lei stessa, con una chiarezza che fa riflettere: non tanto per rivendicare un diritto, quanto per denunciare un’ingiustizia. E in questo gesto c’è già, in nuce, tutta la complessità antropologica di una vicenda che va ben oltre la dimensione giuridica del suicidio assistito.
Nel 2022 Wendy ha perso il figlio Marcus, ventitré anni, soffocato da un pomodorino. Un incidente domestico assurdo, tragico, devastante. Era lei in casa quella notte. Era lei ad avergli preparato da mangiare. Da allora, scrive, non è più la stessa persona: “Esisto. Non vivo”. Anni di terapia, farmaci antidepressivi, un tentativo di suicidio. Infine, il viaggio in Svizzera, alla clinica Pegasos, l’unica struttura europea che accetta pazienti il cui desiderio di morte non deriva da una malattia terminale, ma da una sofferenza psichiatrica. Diecimila sterline. Una valutazione psichiatrica. Il via libera.
Il primo elemento che merita attenzione antropologica è proprio questo: Wendy non stava morendo di cancro. Non era affetta da una patologia degenerativa irreversibile. Stava morendo di dolore. Di un lutto non elaborato, di un senso di colpa implicito e non detto, di una solitudine interiore che nessuna rete di supporto – familiare, terapeutica, sociale – è riuscita a sciogliere in quattro anni. Questo cambia radicalmente la natura del caso e impone di spostare lo sguardo dalla questione del “diritto a morire” a quella, ben più inquietante, di una madre in lutto che nessuno ha saputo raggiungere.
Nella tradizione bioetica, il principio di autonomia è stato pensato per tutelare la persona da interventi non consensuali sul proprio corpo, in particolare in contesti di malattia grave. Ma applicarlo a chi soffre psicologicamente apre una questione che non può essere aggirata con semplici argomentazioni libertarie: fino a che punto una persona in stato di sofferenza prolungata, che ha già tentato di togliersi la vita, che dichiara di non “sentire più nulla”, esercita una libertà autentica? O non siamo piuttosto di fronte a una volontà compromessa dalla stessa condizione che si vorrebbe “risolvere”? Ammettere che il suicidio assistito diventi accessibile a chi soffre psichicamente significa portare alle estreme conseguenze una logica già problematica in sé: quella che affida alla tecnica medica – e al mercato – la gestione del dolore umano quando diventa “insostenibile”. Ciò che il caso di Wendy rende però particolarmente evidente è che quella soglia di insostenibilità non è oggettiva né misurabile: è culturale, relazionale, esistenziale. E quando una società accetta che a definirla sia una valutazione psichiatrica pagata diecimila sterline, sta di fatto dichiarando la propria incapacità – o riluttanza – ad accompagnare la vita umana nel momento della sua massima vulnerabilità.
La “voragine” che si apre con casi come quello di Wendy non è dunque solo normativa. È culturale. Se accettiamo che il dolore psicologico – per quanto reale, per quanto devastante – possa legittimare la morte assistita, stiamo implicitamente affermando che alcune vite non meritano di essere sostenute nel loro percorso di guarigione. Che la comunità non ha gli strumenti – o la pazienza – per accompagnare chi è rimasto indietro. Ed è proprio qui che la riflessione bioetica si fa più urgente e più scomoda.
Non si tratta di giudicare Wendy. Il suo dolore è reale e straziante. La sua “stanchezza” interiore è comprensibile. Ma la domanda che la sua storia pone riguarda noi, non lei: che tipo di comunità siamo stati per lei in questi quattro anni? Cosa ha incontrato, nel suo percorso, oltre alla terapia farmacologica e ai colloqui psicologici? Quali reti di prossimità, quali forme di accompagnamento umano e spirituale, quale presenza concreta le sono state offerte? La vera sconfitta che questa vicenda mette in scena, probabilmente, non è quella di Wendy, che si è sforzata – a modo suo – di trovare una risposta senza riuscirci. È piuttosto la sconfitta silenziosa di una comunità che non è stata in grado di accogliere la sua sofferenza e di sostenerla nel cammino.
L’antropologia culturale ha da tempo documentato come le società tradizionali abbiano elaborato riti, pratiche e strutture comunitarie per attraversare il lutto. Il dolore non era privatizzato: era condiviso, contenuto, restituito al corpo sociale. La modernità ha progressivamente smontato questi dispositivi collettivi, consegnando la sofferenza al singolo individuo e al mercato dei servizi terapeutici. Il risultato è che oggi una madre che ha visto morire il figlio tra le braccia può ritrovarsi, quattro anni dopo, sola davanti a una scelta irreversibile, senza che nessuno – nessuna persona, nessuna istituzione, nessuna comunità – sia riuscito a farle sentire che valeva la pena restare.
C’è un paradosso crudele nel modo in cui il dibattito pubblico inquadra questi casi: si parla di “libertà di scelta”, di “dignità”, di “diritto a morire”. Ma raramente ci si chiede se quella scelta sia davvero libera, o se non sia piuttosto il prodotto di un abbandono. L’autodeterminazione, principio in sé sacrosanto, rischia di diventare una delega in bianco a morire quando viene invocata in assenza di alternative reali, di cure adeguate, di relazioni significative. In questo senso, la clinica Pegasos non è soltanto una struttura “sanitaria” (si può davvero definire così?): è lo specchio di ciò che la società occidentale non è più disposta a fare per chi soffre. È la forma istituzionalizzata di un individualismo che, non sapendo più stare accanto al dolore altrui, finisce per sancirne la liquidazione.
Wendy Duffy ha scelto di morire. Ma prima di arrivarci ha vissuto quattro anni in cui ha atteso – forse senza saperlo – che qualcuno la convincesse del contrario. Questa è la domanda che dovremmo portare nelle nostre menti e nella nostra coscienza sociale: non se avesse il diritto di suicidarsi, ma perché nessuno è riuscito a ridare senso alla sua vita. E soprattutto: che società stiamo costruendo per il futuro, se la risposta collettiva alla sofferenza psicologica diventa, sempre più, quella di accompagnarla verso la morte anziché verso la vita?