Fatti
Chi l’ha detto che la sofferenza quando si è malati sia una conseguenza inderogabile. Sollevare la persona dalle afflizioni provocate anche a stadi terminali è considerato un diritto fondamentale di tutela della dignità in ogni condizione. “Il dolore è un concetto molto ampio che coinvolge aspetti fisici, sociali e psicologici, tanto è vero che lo definiamo come un modello di patologia biopsicosociale”, spiega Flamina Coluzzi, professore di Anestesiologia (La Sapienza) e direttore della Scuola di specializzazione Medicina e Cure Palliative.
Spesso, nel corso dell’ultima stagione della vita, il medico è chiamato a rispondere a dare una risposta al bisogno forse più impellente della persona: essere sollevata dalle sofferenze.
Ecco quindi che, se si esplora la fisiopatologia, si scopre che il dolore è un meccanismo di protezione che serve per prevenire i potenziali danni a cui può essere esposto il corpo.
“Quando però – continua la professoressa – il dolore perde questo significato di difesa da insulti esterni, si trasforma in una patologia che impatta fortemente sulla capacità funzionale del paziente, sul sonno e sull’umore, insomma sulla qualità di vita”. Il perdurare e la cronicizzazione del dolore comportano conseguenze per l’organismo. In primo luogo, lo stress. “L’invito – sottolinea – è curarlo il più precocemente possibile. Oggi un italiano su quattro soffre di dolore, circa l’8-10% dei soggetti che hanno un dolore pagano con un alto impatto sulla propria qualità della vita. Questo ha un costo sociale, non legato semplicemente alle prestazioni sanitarie o ai farmaci, ma alle giornate di lavoro perse. Per chi ha un’attività libero professionale significa non poter lavorare e per chi lavora nel pubblico significa gravare sul sistema”.
Non rivolgersi agli specialisti e ai centri di terapia del dolore ma affidarsi a cure fai da te è ancora la soluzione per tanti. “Il rischio principale del non rivolgersi a un medico è quello di cadere nell’automedicazione impropria, sottovalutandone i pericoli reali. Spesso non ci rendiamo conto che molti farmaci da banco, come antinfiammatori a basso dosaggio esposti liberamente nei cesti vicino alle casse, vengono percepiti come innocui solo perché acquistabili senza prescrizione. Tuttavia, la facilità di accesso può trarre in inganno: assumere tre compresse da 200 mg equivale a una dose piena, esponendo il paziente a rischi significativi, soprattutto quando consumati cronicamente”.
“Nella pratica clinica – aggiunge – si osservano spesso persone che adottano comportamenti potenzialmente pericolosi per il proprio organismo, ignorando che l’uso incontrollato di antinfiammatori può essere gravemente dannoso, specialmente in presenza di patologie pregresse come una lieve insufficienza renale o una pregressa ulcera gastrica”.
Nell’ambito delle cure palliative in Italia, secondo la professoressa sono stati fatti dei passi in avanti, in virtù della legge 38 del 2010, per consentire al cittadino di essere assistito anche nelle fasi più difficili della vita. Sebbene storicamente queste cure fossero riservate inizialmente quasi esclusivamente ai pazienti oncologici, lo scenario attuale mostra un’inversione di tendenza: oggi il 60% dei pazienti assistiti soffre di patologie croniche degenerative non oncologiche, mentre il restante 40% è affetto da cancro. Questo ampliamento riflette una nuova consapevolezza clinica che estende il supporto palliativo a diverse condizioni croniche. Il fabbisogno di queste terapie coinvolge una quota significativa della popolazione adulta, stimata tra l’1% e l’1,4%. Ogni anno circa 293mila persone necessitano di questo tipo di assistenza nel loro ultimo periodo di vita, una cifra che rappresenta tra il 72% e l’80% del totale dei decessi annui. “Il fatto che sia stata creata una Scuola di specializzazione in cure palliative – conclude la professoressa Coluzzi – dimostra in Italia un crescente interesse ma l’applicazione della legge deve essere uniforme per far giungere tutti i cittadini al termine della vita senza soffrire dolore, per non alimentare le richieste di eutanasia”.