Idee
Tra i diversi colori con i quali non solo dalla cronaca viene dipinto il lavoro c’è anche il grigio. Non si tratta di una attenuazione del nero, che purtroppo continua a esistere, ma dello stato psicologico di quanti avvertono un permanente malessere nella loro attività lavorativa.
Il tema del rapporto tra la felicità e il lavoro viene proposto dalla sesta edizione della ricerca dell’Osservatorio Benessere Felicità con il supporto dell’istituto di ricerca Ipsos Doxa.
Dall’indagine condotta nel gennaio scorso tra 1000 lavoratori con età dai 18 ai 74 anni si coglie che circa il 50% degli intervistati vive in una condizione di “anestesia emotiva,” una sorta di zona grigia dove non ci si sente né felici né infelici e dove non si hanno soddisfazione e serenità.
Il direttore scientifico dell’Osservatorio, Sandro Formica afferma che “Il presente regge ma la fiducia nel futuro è fragile, Questo non significa che le persone siano deboli. Al contrario il capitale psicologico è alto, ma se continuiamo a usare la resilienza individuale come ammortizzatore di un sistema che consuma energia prima o poi quella resilienza si trasforma in stanchezza”.
Il sistema è malato, il rischio di infelicità esiste, anche per cause esterne ed evitarlo significa “allenare il modo con cui stiamo al mondo e affrontiamo tempi difficili”.
Non è un esercizio facile a causa del complesso rapporto tra l’uomo e la tecnologia e per le precarie o non trasparenti condizioni lavorative: c’è molta fatica a sostenere a lungo l’impatto di un’organizzazione del lavoro che non tiene conto della dignità della persona.
“Se oggi il colore dominante del lavoro – afferma Elisabetta Dallavalle presidente dell’Associazione Ricerca e Felicità (www.ricercafelicita.it) – è il grigio significa che dobbiamo ricominciare a portare dentro il lavoro più armonizzazione, più riconoscimento e più senso”.
Questo è un punto fondamentale: restituire al lavoro il senso che lo rende un’attività che tutela e promuove la dignità e i diritti della persona non può che essere una preoccupazione prioritaria di una società democratica, giusta, solidale e capace di generare una buona alleanza tra risorse economiche, imprenditoriali, culturali ed etiche.
Risalire la china significa restituire alla persona quel primato ignorato dall’economia e dalla politica dell’ingordigia. Cancellare il grigio è possibile nella misura in cui una società riesce a rammendare lo strappo tra lavoro, dignità, felicità.
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…” l’incipit dell’art. 3 della nostra Costituzione, per la quale 80 anni addietro l’Assemblea costituente iniziava i lavori, indica la direzione.
Nel rapporto tra lavoro e felicità si potrebbe infine riflettere, come scrive il giovane domenicano Adrien Candiard in “Quando arriva la felicità” (Lev 2025), che l’essere felici ha a che fare più con l’accoglienza di un dono che con lo sforzo di un impegno. Si apre qui un capitolo diverso ma non separato da quelli al centro della ricerca dell’Osservatorio Benessere Felicità.