Idee
Dal palco della sala riunioni al Dipartimento di prevenzione La Madonnina, sciorina scienza al servizio degli atleti, ma poi regala una metafora a beneficio dei giovani medici presenti: «In una gara di dieci chilometri per amatori, all’arrivo guardate le persone. C’è chi arriva stravolto. O sorridente, al traguardo insieme agli amici. Poi c’è anche il padre di famiglia incarognito che vuole superare tutti fino all’ultimo metro…».
Sandro Donati ha aperto la seconda edizione del Corso di prescrizione dell’esercizio fisico nell’“atleta” con cardiomiopatia e non solo: dalla teoria alla pratica promosso a Treviso da Patrizio Sarto (direttore di Medicina dello Sport dell’Usl 2 della Marca). A 79 anni, il maestro dello sport e icona dalla lotta al doping è capace di riprodurre live la tecnica di corsa che sfrutta l’espirazione nella frequenza respiratoria. In libreria è arrivato il frutto della collaborazione con Francesco Marcello Allenare diversamente. Per uno sport sano e performante (Bur, 480 pp., 18 euro). «Il massimo della complessità del movimento si ha negli sport di squadra. Siamo riusciti a creare una sorta di griglia di difficoltà crescente negli esercizi. E puntato sul lavoro individuale, che viene sempre prima della tattica: è il grande errore che fa il calcio» spiega nelle due ore di lezione.
E sul doping, come sempre, non fa sconti. Anzi, punta l’indice: «Mi risulta che il ministro della Salute, Orazio Schillaci, si sia reso strumento delle richieste della Wada, l’Agenzia mondiale antidoping. La pretesa è che tutti gli assessorati regionali alla Sanità smettessero completamente il servizio di prevenzione: significa che non si occupino delle analisi e nemmeno dei programmi educativi. Fino ad avvertire i responsabili degli uffici regionali che avrebbero potuto essere oggetto di un controllo da parte dei carabinieri del Nas».
Donati non fa mai un passo indietro di fronte al potere, sportivo e non. Denunciò e documentò il “salto allungato” di Giovanni Evangelisti: 8,38 metri fino al bronzo (poi revocato) ai Mondiali di Roma 1987. Da allenatore del mezzofondo azzurro, polemizzò con Francesco Conconi consulente Coni e Fidal che mise a punto il doping ematico. Nel ciclismo, da lustri segnala l’uso delle gonadoreline per “schermare” i test. E aveva dichiarato la morte dell’antidoping con il “caso Balco” negli Usa grazie alla modifica di una molecola per dribblare i controlli. Così Donati può serenamente affermare: «Se lasciamo il sistema di controllo sul doping al sistema sportivo che controlla se stesso, cosa possiamo aspettarci?».
Vale anche per Alex Schwazer, il marciatore d’oro alle Olimpiadi di Pechino che deve ammettere il doping ai Giochi di Londra e non può gareggiare a quelli di Rio, nonostante la raffica di test.
Donati lo segue fin dal 2015: «L’ho visto superare periodi tremendi: quello che gli hanno fatto è stato… ributtante. Gli atleti devono svegliarsi: chiedere la terza provetta nei controlli. Resta a loro, depositata in un laboratorio accreditato con tutte le garanzie del caso. Perché oggi più elevato è il professionismo più la quota di atleti positivi risulta bassa: anche un fesso capirebbe il legame diretto fra i due fattori. Alleno Alex e verifico i suoi dati che sono davvero eccezionali: 30-32 battiti al minuto con 32-34 atti respiratori in gara. A 41 anni, ai campionati tedeschi di fine aprile a Kelsterbach ha chiuso i 42 chilometri in 3 ore, 1 minuto e 55 secondi, che è il terzo tempo stagionale al mondo, staccando di 12 minuti il secondo classificato».
Con i media il rapporto si è deteriorato progressivamente. Donati lo spiega così: «Mi sono reso conto che i giornalisti sono meri celebratori di vittorie. E sono anche monotoni, perché non sanno descrivere lo sport sotto forma di storie vere e quindi toccare anche i lati oscuri. Hanno paura, per le pressioni istituzionali o delle aziende che fanno pubblicità. Senza dimenticare le facili querele per diffamazione. Un bel problema: a me ne hanno fatte una caterva, anche se poi le ho vinte tutte…».
È sempre una questione di schiena dritta. «Il potere non ha etica. E non solo – si illumina Donati, che ha coltivato amicizie con Gianni Minà e don Luigi Ciotti – se hai modo di guardarlo in faccia da vicino, come mi è accaduto tante volte, ti accorgi che è formato da una catena di individui che, presi uno per uno, sono insignificanti. Hanno però caratteristiche come l’ambizione, l’opportunismo, il camaleontismo, l’apparenza a far finta di risolvere i problemi, che in realtà non risolvono. Tuttavia mi permetto di dire che, dopo tanti anni in cui hanno provato a distruggermi, sono
ancora qui».
Il maestro dello sport pulito non si arrende. Studia, analizza, documenta. La sua è “sapienza”: etimologicamente gusto della realtà. Anche se può deludere, com’è successo con il finale di carriera di Mennea o la vaga risposta di Obama. Donati si è ben allenato: «Se voglio assistere a una finzione vado a teatro oppure al cinema, ma non a un evento sportivo dal quale mi aspetto invece la verità».